venerdì 14 marzo 2008

Morire… per vivere


MORTE: Avvocatessa Julia (Belen Rueda) “Perché morire?” – Ramon Sampedro (Javier Bardem) “La vita per me in questo stato… la vita così non è vita. Chi sono io per giudicare chi vuole vivere? Per questo chiedo che non giudichino né me né chi mi aiuterà a morire” – “Credi che qualcuno ti aiuterà?” – “Dipenderà da quelli che conducono il gioco e dalla loro paura. Non ci vuole tanto, la morte c’è sempre stata, alla fine tocca a tutti. Se fa parte di noi perché si scandalizzano tanto perché io dico che mi va di morire, come fosse qualcosa di contagioso”.

Ramon “Voglio vedere se sono l’unico che pensa alla morte, tu ci pensi alla morte?” - Julia “Certo che ci penso, solo che evito che sia il mio unico pensiero”

Un tuffo. Verso cosa? La fine della vita.
La morte non è nient’altro che l’apogeo della vita. Possiamo incontrarla solo dopo aver vissuto? No. La si può trovare anche vivendo. Le camminiamo accanto, ignari spesso di esserci così vicini. E’ lei la nostra ombra.
Ramon (Javier Bardem) non solo l’ha incontrata (lassù, su quello scoglio e poi giù, verso il mare – “C’ho pensato soltanto dopo, ma ormai ero già in volo”), sfiorata, e sentita respirare, ma la tiene accanto al proprio letto. Dove da ventotto anni non trova né pace, né libertà.

AMORE: Avvocatessa Julia “Immagino che il mare abbia un grande significato per te” -
Ramon “Bè, mi ha dato la vita e poi me l’ha tolta, non so che significato ha”

Il mare. Lo vediamo danzare vittima del vento, suo fedele compagno. E’ incolore, eppure le sue profondità gli donano una gradazione indefinita ma di un fascino inebriante. Da quella distesa inesauribile e senza tempo, Ramon, si è lasciato inghiottire, inconsapevole che quel tuffo sarebbe stato anche l’ultimo. Seguiamo la scena immobili e senza fiato, vorremmo urlare di non tuffarsi, di calcolare le distanze, di non lasciarsi trarre in inganno dall’odore pungente della salsedine. Ma è troppo tardi, il corpo si fonde con quelle onde e con lui anche l’anima. Attendiamo che si senta il rumore di un collo che si spezza o di un grido silenzioso, ciò di cui siamo spettatori è anche peggio. Un corpo inerme, sospeso da una forza maggiore della gravità, l’assenza di colore e di suoni. Solo quegli occhi, privi di vitalità. E poi una mano, che significa vita ma non necessariamente salvezza.

Avvocatessa Julia “E lei chi è?” – Ramon “Una” - “L’amavi tu?” – “La questione non era questa. La questione era se io ero disposto ad amare in questo stato” – “Ti neghi l’amore…” – “Perché non posso amare” - “I tetraplegici non hanno il diritto di innamorarsi?” – “Ma chi sta parlando di tetraplegici, io sto parlando di me”

Ramon “Spero non sei venuta a vendermi quella voglia di vivere che tu hai sempre” –Rosa (Lola Dueñas) “Volevo farti vedere i miei figli” – “Questo mi piace di più”

Le donne. Due. Julia (Belen Rueda) e Rosa (Lola Dueñas). La prima, impegnata a difendere la causa di Ramon. La seconda, occupata a rendere migliore una vita infelice. In comune il desiderio di rendere speciale gli ultimi giorni di vita di Ramon. Ma, inaspettatamente, ciò che si trovano a dover ammettere è che accade paradossalmente il contrario. In quell’uomo immobile, non per propria volontà, riscoprono la gioia di esserci e di amare: Julia (anch’ella colpita da una malattia degenerativa) scava nella vita del suo cliente, riscoprendo il senso umano della sua. Rosa, dapprima compassionevole nei confronti del protagonista, diviene poi vittima della sua stessa condizione di donna frustrata. Entrambe trovano forza per riemergere dall’ovvietà del dolore, proprio grazie al coraggio di Ramon.
E poi c’è Manuela (Mabel Rivera) che invece accudisce Ramon da ventotto anni ( “come fosse mio figlio”). Nel suo silenzio e nei suoi gesti amorevoli (proprio come una madre di fronte al proprio figlio) scopriamo (circa a fine pellicola) che c’è molto di più che un dovere. Quando, dal vescovo, viene messo in discussione l’amore della famiglia nei confronti di Ramon, è la sola a valicare il muro della timidezza e urlare al mondo intero il suo atto d’amore.

RESPIRO: Gené (Clara Segura) “Permetti a quest’immagine serena di impadronirsi di te. La sensazione di pace è infinita”

Lo ascoltiamo nei primi secondi del film, colonna sonora della frase citata pocanzi. Un respiro profondo, tranquillo, senza fretta. Ci permette di immaginare. Sentire la ritmicità con il quale Ramon (soprav)vive ci dona una prospettiva di come si sente. Lo riascoltiamo “in volo”. Quando il protagonista sogna di alzarsi da quella prigione a forma di letto e di lanciarsi dalla finestra: volare è il sogno di ogni uomo. A questo punto il fiato diviene intenso e acquista un significato di pace. Liberatorio. Leggero. L’ultimo respiro che percepiamo è quello della morte. Sofferto, quasi un soffio di dolore. Ma sappiamo che da esso, prende finalmente vita la libertà di volare.

EFFIMERA: Ramon “Io invece mi alzo e vado a preparare il caffé”

Ramon “Non credere che mi piaccia alzarmi presto”

Avvocatessa Julia “Ti interessano i dibattiti?” – Ramon ”Sì, mi mettono in moto”

Avvocatessa Julia”Com’eri da giovane?” - Ramon “Perché, ti sembro tanto brutto adesso?”

Ramon “Metti sopra un cuscino per appoggiare la testa. Non sia mai che cado di lato e mi rompo il collo, eh? Ti è piaciuta? Mi rompo il collo!”

Ramon guarda il piccolo che si è addormentato sulle sue gambe “E’ crollato come un sasso. Certo… io non mi muovo”

José - padre di Ramon (Celso Bugallo) “Dovresti stare mezzo sdraiato figlio mio, pensa se dormi durante un’udienza” - Ramon “Dormo se non dicono cose interessanti, papà”

La gioia. Ramon è un uomo ricco di coraggio e di lealtà. Per questo chiunque abbia a che fare con lui, ne prende esempio. In mezzo a tanto dolore, c’è spazio anche per un sorriso ingenuo. Un istante di breve durata, ma pur sempre reale. Il potere del protagonista (pittore di parole e poesie) è quello di trasmettere senza il bisogno dei gesti, del contatto, del dinamismo. Infondere calore ed energia, restando immobile. Per questo assumono importanza la vivacità dei suoi occhi e dei suoi pensieri.

DOLORE: “Quando uno dipende dagli altri per tutto, perde la sua intimità”

L’intimità. Tesoro della vita quotidiana di ogni uomo, senza di lei non sarebbe vita. Acqua che disseta la frenesia di ciascuno. Senza bere, un uomo può anche morire. Nasce da questo il grande dolore di Ramon. L’incapacità di alzarsi a preparare un caffé quando se ne sente il bisogno, di cambiare canzone quando questa non è gradita, di cullare un bambino stanco di restare sveglio. Il nipote ed il padre hanno creato, intorno al suo letto, apparecchiature in grado di restituirgli l’illusione di un po’ di indipendenza. Ma l’apparenza è amara, quando si scrive con i denti o si risponde al telefono mediante la bocca. Le realtà pesa come un macigno, quando giunge Manuela ogni tre ore a cambiare la posizione di un corpo che nemmeno volendo sente più suo.

EUTANASIA: Ramon “Che cosa sono due metri? Un tragitto insignificante per qualsiasi essere umano, per me sono un viaggio impossibile, una chimera, un sogno. Per questo voglio morire”

“Una libertà che elimina la vita non è libertà” - Ramon “E una vita che elimina la libertà? Neppure è vita”

Mesi fa seguii un convegno sull’eutanasia. Si trattava di un corso sull’assidua battaglia fra etica e scienza. Due parti che, a mio avviso, mai e poi mai andranno d’accordo. Proprio durante quel dibattito si menzionò “Mare Dentro”, ricordandola come una pellicola di grande riscontro morale. Soltanto ora, dopo la visione di questo film, ne riconosco la sua grandezza La forza d'animo di Alejandro Amenábar (il regista) di affrontare una tematica così controversa e mai facile, gli dona una rara bellezza. Vorrei evitare un mio giudizio personale sulla questione (per evitare di incappare in soliti temi religiosi e via dicendo), ma non mi riesce: di fronte a tanta sofferenza (quando si è capaci di intendere e volere) si ha il diritto (ed il dovere) di cambiare la sorte. Nessuno ha potere sulla nostra vita, se non noi stessi. Come si può vivere una vita che non si riesce (né si vuole) ad accettare?

NEGAZIONE: Ramon “La paura è un’arma molto potente. Ti toglie la capacità di decidere“

Ramon “Per me, ciò che conta, è ciò che le persone hanno nella testa”

Avvocato del protagonista “Quello che noi appoggiamo è la libertà di chi vuole vivere e di chi vuole morire”

Ramon “Accettare la sedia a rotelle sarebbe come accettare le briciole di quella che era la mia libertà”

Non esiste cura. Non vi è medicina. Né miracolo che possa far alzare da un letto un uomo come Ramon. L’illusione, invece, di poter trovare la felicità fra le lenzuola e le pacche sulle spalle (che nemmeno sentiranno) di visitatori distratti, diventa negazione di fronte alla “morte indolore”, “suicidio assistito” o come lo volete chiamare.

Rosa “Se solo potessi aiutarti a guarire, non a morire”

L’impotenza è parte centrale di questa pellicola: ciascun personaggio che ruota intorno al protagonista (lui stesso compreso) si sente incapace di almeno un’azione. Ma di fronte a questa immobilità, c’è il dolore, le lacrime, la ribellione. Quando a decidere (e a negare) sono uomini abituati ad avere potere, perché questo non si verifica? Perché non c’è rabbia o frustrazione nei loro occhi? Solo passività. Come se quel “NO” pronunciato in un’aula di tribunale, non cambiasse il destino di un uomo.

TURBAMENTO: Avvocatessa Julia “Perché sorridi tanto Ramon?” - Ramon “Quando uno non può scappare e dipende costantemente dagli altri, impara a piangere ridendo”

Mare Dentro” ha avuto un impatto devastante dentro di me. Mi ha scossa a tal punto da togliermi l’appetito, il sonno e la voglia di interagire. Mi sono chiusa nel mio dolore, come se l’evento tragico fosse presente realmente nella mia vita. Disordine che sfuma, naturalmente, con il passare del tempo ma che è capace di soffiare malinconia ogniqualvolta si rievoca un fotogramma. E’ il potere della bellezza. Seppur breve, è capace di durare in eterno.
Si piange, si sorride e si piange di nuovo, senza sosta né ritegno. Meglio se si è soli, l’intimità permette una certa libertà di reazione, se non si è preparati a tanto dolore si rischia di trattenere emozioni che,invece, necessitano di esplodere. Perché è giusto così. Commuoversi senza vergogna, è restituire sincerità ad un film che la merita.

José “C’è una cosa sola peggiore della morte di un figlio. Che voglia morire”

Non a caso cito questo pensiero del padre del protagonista. Il loro rapporto non viene caricato. Solo vissuto. Il padre è un uomo silenzioso, impacciato e onesto. Nei suoi brevi dialoghi e timidi gesti c’è tutto l’amore (irrefrenabile) di un padre che non desidera altro che la gioia sublime per un figlio che tanto ama. Estremamente profondo.

RABBIA: e tanta. Non solo lacrime sincere, ma anche collera nei confronti di quegli uomini potenti ma pieni solo di sé stessi. Come si può lasciare un uomo morire da solo? Come si può lasciarlo vivere nel dolore? Disprezzo chi vive nell’indifferenza. Assoluto rispetto per chi (come Manuela) si prodiga per chi ha bisogno.

OCCHI: ho imparato a conoscerli piano piano. Folli e glaciali in “Non è un paese per vecchi”, profondi e sofferti in “Mare Dentro”. Javier Bardem è molto di più che un comunicatore, è emozione pura. Basta osservare il suo sguardo per cogliere anche la più impercettibile sensazione. Questi occhi portano lontano, laddove altri interpreti non sono mai arrivati. Oscar meritatissimo. Avrà in futuro la mia più profonda attenzione.

“Per me questo non è vivere con dignità. Io avrei desiderato almeno morire con dignità. La meccanica che porterà alla mia morte è stata scrupolosamente suddivisa in piccole azioni, ognuna delle quali non costituisce reato, ognuna compiuta da una diversa mano amica. Se comunque lo Stato insiste a punire chi mi ha aiutato io suggerisco il taglio di quella mano, perché quello è stato l’unico contributo. La testa, cioè voglio dire la coscienza l’ho messa io”

Spezzano il cuore le sue ultime parole. Lì, davanti a quel bicchiere che contemporaneamente ridarà a Ramon la morte e la pace, pronuncia questo pensiero, con voce chiara e altisonante. Come per infondere sicurezza. Lui non pone fine alla sua vita, va soltanto incontro alla morte. Perché quella che tutti noi chiamiamo vita è rimasta laggiù, nel fondale di quel mare che non ha colpa, se non quella di essere fatalmente meraviglioso.

Trama
Ispirato ad una storia realmente accaduta, “Mare Dentro” ci proietta nella vita di Ramon Sampedro (Javier Bardem), costretto a (soprav)vivere di silenzi e immobilità, inchiodato ad un letto da ventotto anni. Ramon è infatti tetraplegico, dopo un incidente capitatogli in mare. Un errore di distrazione, che però ha pagato con la sofferenza ed il dolore. Sensazioni che lo portano a desiderare solennemente di morire, fuggire cioè da una vita che non gli appartiene più da ventotto anni.

Carta d'identità
Titolo originale: Mare adentro
Titolo italiano: Mare dentro
Data di uscita (in Italia): Venezia 2004 - 04 Settembre 2004
Genere: Drammatico
Durata: 125'
Regia: Alejandro Amenábar
Cast: Javier Bardem, Belen Rueda, Lola Dueñas, Mabel Rivera
Da vedere: uno dei film più emozionanti che mente e cuore possano ricordare. Straordinario.

7 commenti:

Roberto ha detto...

Un grandissimo Javier Bardem ...

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Mario Scafidi ha detto...

eccellente recensione, sicuramente più bella del film stesso che, per quanto io abbia gradito, non mi ha trasmesso l'entusiasmo che ha dato a te.

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- ROB: un affettuoso saluto, come sempre porti ventata di buone nuove! Un abbraccio.
- MARIO: sarò stata annebbiata dalle lacrime versate, ma questo film mi ha emozionata molto. E' chiaro... vero?

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