lunedì 17 dicembre 2007

Demotivata inquietudine


Non mi sono mai sentita così spaesata.
Perplessa. “Agonizzante”. Alla ricerca di un appiglio a cui aggrapparmi (poiché, essendo scivolata sul fondo della poltroncina, nemmeno il bracciolo era sufficiente a riportarmi a galla), un barlume, un’interpretazione. Nulla.
Ho cercato (invano) di scavare nell’intimo più profondo, frugare sensazioni e trovare un briciolo di commozione, di brividi. Di nuovo, vuoto.
Palma D’oro a Cannes. Vorrei potermelo spiegare.
Compio l’ennesimo (ed ultimo) tentativo di analisi cercando di filtrare tutto ciò che concerne l’aspetto emotivo, evitando di “inquinare” il giudizio tecnico. La trama si muove lentamente, attraverso riprese “in vivo”, rendendoci ancor più partecipi agli eventi progressivamente drammatici di cui siamo spettatori (e “vittime”). Una ripresa ferma e ordinata (ma pur sempre casereccia) si alterna a quella dinamica e confusionale negli istanti di agonia della protagonista Otilla (concentrati, dunque, nei minuti finali della pellicola). Pertanto, ci troviamo ripetutamente di fronte a scene senza logica: come nel caso della corsa disperata di Otilla dopo l’avvenuto aborto dell’amica, il suo respiro affannoso, l’assenza della colonna sonora (una privazione intollerabile, che rende ancor più asettica l’atmosfera ricreata) ed il buio (spesso insistente, sufficiente a renderlo assurdo) trasmettono sì angoscia (questo credo sia l’obiettivo principale del regista), ma anche noncuranza nei riguardi dello spettatore. Un esempio calzante è quello nel quale Otilla si ritrova a casa del fidanzato Adi, appena dopo l’esperienza traumatica dell’aborto illegale dell’amica (e non solo). Un piano sequenza alquanto inutile: lo “sguardo” fisso della telecamera sulla tavolata intenta a festeggiare il compleanno della madre di Adi, sei persone irrilevanti (al fine della storia in sé), di cui non conosciamo nemmeno il nome, si prendono una fetta di cinque minuti abbondanti rendendo la visione ancora più macchinosa, il tutto per intensificare (immagino) l’inquietudine della giovane Otilla. Cinque insignificanti minuti che diventano “pesanti” da digerire. Ne bastava soltanto uno.
Questo è solo un esempio, la sensazione di disagio davanti all’immobilità scenica è in realtà “compagna” di poltrona per la maggior parte del tempo. Mi sentivo irrequieta davanti a tale “spreco”.
Una trama che poteva essere articolata in modo più coinvolgente, senza dubbio.
La lentezza nasce dal bisogno di far crescere, nello spettatore, quel senso di inquietudine. Caratteristica mal gestita, considerata la bravura di Anamaria Marinca nei panni di Otilla; il film, infatti, ruota intorno al suo carattere, dapprima forte ed incoraggiante, in seguito sconvolto e fragile: la naturalezza con la quale compie questa metamorfosi vale la permanenza (più volte messa in discussione) in sala.
Infine, come in qualunque scelta o rinuncia, non si possono emarginare i sentimenti. Una trama che aveva il sapore amaro ancor prima di entrare in sala e che lo conserva (ma per altre ragioni) quando si lascia lo schermo alle spalle. Il feto (poiché di vita umana si tratta), adagiato sul freddo pavimento di un bagno e poi abbandonato al buio di uno scarico rifiuti (ho ancora nelle orecchie il suono provocato dal fagottino gettato nello scarico, un vero pugno allo stomaco), diventa protagonista assoluto dei pensieri posteriori alla visione. Non mi capacito della necessità di MOSTRARE il corpicino privo di vita: ha soltanto la pretesa di lasciarci un’immagine davvero sconvolgente (da togliere il fiato) in un insieme di altre prive di senso.

Trama
Romania. Anni ’80. In un paese dove l’aborto è considerato un reato, ci troviamo coinvolti nel caso di Gabjta una giovane studentessa che, con l’aiuto dell’amica Otilla, decide di abortire illegalmente. Dopo aver affittato una stanza di un albergo e contattato un medico (che, però, rischia l’arresto), Gabjta si sottopone all’intervento. Ogni cosa, naturalmente, ha il suo prezzo. E in questo caso non si tratta di denaro.
Un’esperienza che, nonostante riguardi direttamente Gabjta, sconvolgerà non poco Otilla. La vicenda, infatti, la vivremo attraverso i suoi occhi dapprima apparentemente “freddi” e poi, progressivamente tristi, mostrandoci così il suo lato di giovane donna, fragile e sola.

Citazioni
- Otilla (Anamaria Marinca) osserva il quadro appeso alla parete al di sopra del letto, mentre l'amica Gabjta si prepara all'intervento "Bella questa natura morta"
- Otilla, dopo essersi liberata del corpicino, torna all'albergo e trova Gabjita al ristorante intenta a mangiare un antipasto di cervello "Avevo fame", si giustifica

Carta d'identità
Titolo originale: 4 luni, 3 saptamini si 2 zile
Titolo italiano: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Data di uscita (in Italia): Cannes 2007 - 24 Agosto 2007
Genere: Drammatico
Durata: 113'
Regia: Cristian Mungiu
Da vedere: opinioni differenti possono aiutarmi a capire cosa davvero questo film vuole trasmettere. Io, probabilmente, non sono riuscita ad apprezzarlo sino in fondo. Aiutatemi. Indefinibile e senza pretese.

martedì 4 dicembre 2007

Lezioni di… cinema italiano


Ci sono giorni, come questi, nei quali una parte di me (la meno razionale e la più istintiva) è coinvolta in un’atra dimensione, sospesa tra la felicità e la prudenza. I giorni sono passaggi, ed in questo passaggio vivono sensazioni diverse. Nella speranza che questo non mi porti ad avere idee confuse, vi chiedo anticipatamente perdono se non dovessi essere all’altezza delle vostre aspettative. Inoltre desidero esprimere la mia immensa gratitudine per le persone che mi hanno fatto compagnia durante la visione, il loro incoraggiamento a continuare a scrivere è qualcosa di prezioso, al quale non voglio rinunciare mai, come alla loro presenza.
A loro è dedicato questo post.

Quantificando le lance spezzate nell’ultimo mese, a favore del cinema italiano, mi sono preparata la legna per l’inverno. Ma se i risultati continuano ad essere così soddisfacenti, mi sta bene racimolarne anche per gli anni venturi.
Con la garanzia non solo di risparmiare sulla bolletta, ma anche di sentirmi così bene all’uscita dalla sala.
Premunita di medie attese (tanto per non rimanerne delusa), sono andata incontro alla commedia italiana. Una sorta di pensiero (che recitava più o meno: “Prima o poi diventerà banale, me lo sento me lo sento”) mi ha attanagliata per tutto il perdurare della pellicola, senza però interagire in maniera insistente con il gustoso piacere di essere spettatrice di “Lezioni di cioccolato”.
I suggerimenti per essere considerato “non necessariamente imperdibile” ci sono, eccome: Luca Argentero, su tutti. Come può un “prodotto da reality show” divenire attore?! Sapersi esprimere correttamente? Meritare di “soggiornare” sul grandeschermo? Effettivamente, tutti i grandi sono stati “piccoli” interpreti o comunque da qualche parte avranno pur dovuto emergere. Ora, da qui a considerarlo “eccelso” ne deve passare di alta marea sotto i ponti, ma Argentero ha mostrato buone qualità: la modestia, per esempio. Ha saputo fondersi perfettamente con il suo personaggio, senza eccedere, ma recitando con naturalezza ed intelligenza.
Inoltre, da una commedia si pretende la spensieratezza, ma con logica. Molto spesso, invece, ci si trova davanti a scene mediamente divertenti ma inserite casualmente in un contesto forzatamente sensato.
In questo caso, invece, non si ha davanti semplicemente una pellicola "giocosa" ma anche una trama ben articolata in equivoci azzeccati e personaggi eloquenti, che la trasformano in una piacevole sorpresa.
Come il personaggio di Kamal (Hassani Shapi), l'operaio egiziano: splendido nei suoi sguardi ironici, nel suo "Gnam Gnam", nel suo parlare italiano a stento, nell'innata simpatia e nelle sue umili (ma forti) tradizioni.
Il rapporto (inizialmente "obbligato) tra i due co-protagonisti (Kamal, appunto, ed il suo datore di lavoro - Luca Argentero) ci fa sorridere , ci intenerisce ed infine ci fa gioire.
Insomma, un film che non impegna (seppur "sfiora" il delicato ed attuale problema immigrazione) ma che lascia una certa tenerezza nel cuore e che ci fa vivere un "piccolo momento di estasi" proprio come il perfetto (quasi scontato ammetterlo) Neri Marcorè (nei panni del Maestro) pretende dal suo cioccolato.
E se, al termine della visione, verrà voglia di assaporare un cioccolatino ripieno di nocciole umbre e datteri egiziani, significa che il film è stato gratificante... dove andare a prenderlo, questo non mi riguarda. E' il potere immenso del cinema.

Trama
Kamal (Hassani Shapi), è un operaio egiziano impiegato (in nero) nella ditta di Mattia (Luca Argentero), un giovane imprenditore edile. Mentre si trova impegnato in lavori di manutenzione, Kamal cade da un tetto privo di ponteggi (in perfetto stile "più risparmio, più guadagno") e si ritrova ingessato dalla vita in su. Impossibilitato a muovere le braccia, dunque, non può partecipare al corso al quale si era iscritto, quello di cioccolataio: se non che, aggrappandosi all'unica speranza, inizia a ricattare il suo datore di lavoro (Mattia) costretto vesire i panni dello stesso "Kamal", per evitare una denuncia. In una pellicola dove non mancano intrecci amorosi, inconsuete amicizie e scene esilaranti, diventa facile trovare il sorriso.

Citazioni
- Mattia (Luca Argentero) "Dimmi tu se uno si deve sentire un criminale perchè vuole rimanere sul mercato!"
- Maestro cioccolataio (Neri Marcorè) "Qui, si fanno piccoli momenti di estasi"
- "Insegnare è il miglior modo per imparare"
- Mattia nei panni di "Kamal" "Giuro su tutto quel che ho di più caro al mondo... piramidi! Piramidi e... anche Sfinge!"
- Maestro cioccolataio "Innovare, significa fare qualcosa che duri nel tempo"
- Mattia a Cecilia (una dolce e un tantino agitata Violante Placido) "Tu sei condannata agli STR... ed io sono il migliore"

Carta d'identità
Titolo italiano: Lezioni di cioccolato
Data di uscita (in Italia): 23 Novembre 2007
Genere: Commedia
Durata: 99'
Regia: Claudio Cupellini
Da vedere: per provare quella leggerezza nel cuore, che tanto ci fa amare le commedie (quelle buone, ovviamente).

lunedì 26 novembre 2007

L’oblio dell’umiltà


E’ passata una notte, una giornata di studio, di chiacchiere e di caffè, eppure l’odore sulla pelle non è ancora scivolato via. Questa è la vera prova da superare per una pellicola, quella di attraversare il tempo.
E “Giorni e Nuvole” mi è rimasta addosso, continua a scuotermi tutt’ora, scavalca il mio quotidiano attraverso lampi di fotogrammi che mi riportano alla mente musica, parole e sguardi.
Esatto il potere del “fermo immagine”, quello di un (splendido) Antonio Albanese, che dopo un litigio con la figlia (l’ennesimo, per la verità), si rinchiude nella doccia, facendosi piccolo piccolo, nudo davanti all’indifeso (ed indiscusso) desiderio di essere un Padre e non un “fallito”, con acqua che scorre come nel tentativo di scrollarsi di dosso ogni sopruso arrivato a sorprendere senza preavviso né scelta. Immagine che mi ha preso l’anima e che ha accartocciato la mia felicità in sensazioni effimere, è vero, ma che tornano a galla, “arroganti”, ogni qualvolta torno a pensarle.
Poiché il nuovo film di Silvio Soldini non ci racconta (quasi) nulla di nuovo, molto spesso diventa prevedibile, altrettanto frequentemente assomiglia a mille altri: ma vive di immagini, forti e durature.
Una Genova ingrigita, ma che non perde il suo splendore, di lei viviamo l’odore del mare e la brezza sulla faccia.
Una Margherita Buy sempre magistrale (vorrei anche vedere, piangere è diventato un gesto naturale quanto mangiare – bere – dormire, impossibile non essere perfetta!). Ci piace il suo carisma, il suo essere donna e, di conseguenza, il coraggio di affrontare la (disperata) realtà dei fatti senza mezzi termini.
E poi c’è lui (come preannunciato pocanzi) Antonio Albanese. Mi domando se, e quanto, la pellicola sarebbe stata in grado di emozionarmi allo stesso modo, se al posto suo ci fosse stato qualcun altro. Inutile chiederselo. Lì c’era lui. Nei suoi occhi tristi, nel suo stile semplice, nella sua recitazione naturale. E’ un comico capace di commuovere. E’ un interprete capace di far ridere.
Intorno a tanta solidità creata dal regista ci sono i personaggi di contorno, come quello di Alice (la figlia dei due protagonisti) interpretata da Alba Rohrwacher, che dona continuità alla recitazione genuina che caratterizza tutto il film, lei come Giuseppe Battiston (nei panni di Vito, ex operaio di Michele) tanto per citarne un secondo.
Insomma pellicola che immobilizza sulla poltrona, dai titoli di testa a quelli di coda, accompagnati dal suono stanco e triste di una chitarra (“ombra”, per altro, di ogni passaggio malinconico del film), che lascia nelle orecchie e nel cuore il “frastuono” del silenzio, che fa male ad ogni pianto e in ogni parola non detta.
E ci fa tremare il cuore nella scena finale, quando Elsa e Michele si ritrovano uno accanto all’altro, come la vita li ha voluti sin dal primo momento, ad osservare supini, sul freddo pavimento di marmo, “il” dipinto.
Ancora fermo immagine.
Ancora emozioni.
I giorni sono passaggi: a volte ci portano ad avere un cielo azzurro, senza ombre né paure, solo con la forza dei colori. Altre volte, invece, li viviamo con un velo di oscurità che opprime ogni sfumatura: proprio come fanno le nuvole.
Questo film è speciale, perché racconta la verità con un’anima semplice. Grazie a chi me lo ha consigliato. Questa dedica è anche per lui.

Trama
Elsa (Margherita Buy) e Michele (Antonio Albanese): una famiglia felice, una figlia ventenne, una vita benestante e comune. Improvvisamente, proprio quando sembra che ogni sforzo venga giustamente ripagato (una laurea in storia dell'arte, tanto attesa e meritata), Elsa viene a scoprire dal marito che è stato licenziato dalla società che egli stesso aveva creato anni prima, insieme al socio (e amico) Salviati (Paolo Sassanelli). Tutto quello che prima dava loro la forza di continuare verrà a mancare, ogni giorno di più, compromettendo anche gli indissolubili rapporti tra loro.
In una bellissima Genova, verremo a scoprire una realtà che, purtroppo, coinvolge oramai moltissime famiglie. Non stiamo solo a guardare. Ma viviamola.

Citazioni
- Michele (Antonio Albanese), dopo aver animatamente discusso con la figlia che si ritiene "calmissima", esclama "Se non eri "tranquillissima" cosa facevi, lanciavi una bomba?!"
- Alice (Alba Rohrwacher) "Potevi almeno ringraziarlo!" - riferendosi a Riki (Fabio Troiano), il suo ragazzo - "L'UMTS che ti ha regalato costa molto!" - Elsa (Margherita Buy) "CHEEE? E poi cosa si fa? Si ringrazia in base al prezzo del regalo?" - Michele "Non l'ha comprato... li vende!"
- Elsa "Voglio che non facciamo cose che non ci possiamo permettere"
- Elsa racconta a Michele della mattina nel quale le ha dato la notizia del licenziamento "Quando ho visto la tua faccia ho pensato "Ci risiamo, c'è un'altra..." - Michele "Elsa... sono passati sei anni..." - Elsa "Ebbè... me la ricordo bene la tua faccia, quella mattina era identica e... sai, forse avrei preferito"
- Michele descrive ad Elsa il suo ultimo colloquio "Mi ha chiesto "Quanto ritiene importante la fetta da dedicare al lavoro?"" - Elsa "E tu?" - Michele "Dipende dalla torta" - Elsa "MA SEI SCEMO?!"
- Scena finale, Elsa è sdraiata a terra, Michele le si avvicina e le stringe la mano, Elsa "Sei arrivato nel momento in cui volevo che tu arrivassi. Sei tu, vero?" - Michele "Sì Elsa, purtroppo sono io" - Elsa "Anche io"

Carta d'identità
Titolo italiano: Giorni e nuvole
Data di uscita (in Italia): Roma 2007 - 26 Ottobre 2007
Genere: Drammatico
Durata: 116'
Regia: Silvio Soldini
Da vedere: per comprendere cosa realmente sta accadendo alla nostra società (e a noi) basta guardare un qualunque telegiornale. In questa pellicola c'è molto di più.

Inoltre, mi fa pensare (e pentire) a quel giorno in Corso Como a Milano, quando incontrai Antonio Albanese all'entrata di un elegante negozio... restai immobile, senza dire nulla... ora avrei da dirgli molte cose... "Grazie", per esempio.

lunedì 19 novembre 2007

E' una questione di look


Forse sbagliamo approccio. Ci poniamo al cinema nostrano con un malessere inevitabile e premeditato, come se non avesse più nulla da raccontarci o come se, quel qualcosa di nuovo, fosse (già) un tentativo mal riuscito. Non nascondo una certa perplessità iniziale: leggendo la trama di “Come tu mi vuoi” mi sono chiesta se entrare in sala non sarebbe stato altro che vivere di dejà vu. Ma c’ho provato.
In ogni recensione cerco di sovrastare le barriere della reticenza, soprattutto per quel che riguarda il delicato mondo del cinema italiano (spazio sconfinato che tento -e desidero- tenere a cuore).
Non nego tutt’ora che nel recensire questa pellicola non mi ponga un certo freno, cadendo così nell’ovvietà del pregiudizio, ma questo film insegna. Tiratemi delle palle di fuoco, ma non ho voglia di mentire per favorire la mia dignità di “pseudo-critica –cinematografica-metafisicamente-seria ed impegnata”. Questa pellicola è “leggera”, è “italiana”, è “giovane” e “raccontata” ma ha voglia di dirvi qualcosa.
I miei elogi non sono dettati dal desiderio di infondere continuamente fiducia ai produttori italiani, dalla profonda stima che nutro per un sempre più capace Nicolas Vaporidis, o perché mi fanno tenerezza gli “emarginati” (intendiamoci, definizione data pensando ai vari ed eventuali divi di Hollywood); sono piuttosto il risultato di un concatenamento di sensazioni che vanno dal dubbio amletico iniziale (poiché anche io, come voi, ho ben pensato “La solita storia che ci racconta di come un "mostro" intrappolato in un corpo femminile possa conquistare il più bello del reame”) passando per lo stupore (a fine primo tempo mi sono sforzata di trovare un pretesto per fingermi delusa, ma non ci sono riuscita) ed infine arrivando al mio (timido) giudizio.
Come se, fra molte note armonizzate, la mia suonasse un poco distorta. Ma che c’è di male?
Il timore di apparire ai vostri occhi (di lettori) un po’ meno intenditrice di quello che cerco di trasmettervi ogni giorno?! Ma che senso ha battere in ritirata ed alzare la paletta del “cinque” o del “sei” stiracchiato. Se così facessi, che cosa mi ha insegnato questo film?
La leggerezza è scandita dalla “non presunzione” di impegnare lo spettatore in suggestivi dialoghi alla Salvadores, intricati e melodrammatici, ma piuttosto evidenziare una società sempre più materialista e categorica senza fare troppo rumore: con briciole di ironia e soprattutto facendo fede all’ormai indiscutibile talento di Cristiana Capotondi. Incontrastata “prezzemolina” (alla Johansson) del cinema di casa. Bravissima e spontanea nell’interpretare una giovane studentessa di scienze della comunicazione, il cui interesse verte sulle qualità intellettuali trascurando non poco quelle alla superficie. Ma ben conosciamo che per sopravvivere “al branco” spietato e corrotto che è la società, non importa quale sia il tuo QI ma piuttosto quel “lato B” a cui tutti i grandi uomini sono affezionati. Una Capotondi (evitando inutili polemiche, torno a fare il “mio mestiere”) che in un fazzoletto di un paio d’ore subisce una metamorfosi fisica e psicologica: dalla Giada timida ed impacciata “quattr’occhi” (con quanta spontaneità restava inebetita davanti alla bellezza delle amiche incipriate di Riccardo, sembrava distrutta da un complesso di inferiorità vero e proprio!) a quella bella e sensuale che tutti conoscono.
Non sto insinuando che “Come tu mi vuoi” è un capolavoro, ma è soltanto l’altra faccia del cinema, quella più timida che cerca di trasmetterci qualunque emozione senza alzare troppo la voce. Io ho semplicemente avuto voglia di ascoltarla.
E’ che a volte bocciamo senza pensarci troppo. Bisogna dare un’opportunità a chiunque per poi avere il diritto di giudicare.

Trama
Due vite. Obiettivi differenti. Ritmi diversi. Ma con le stesse paure. Giada è una studentessa modello di scienze delle comunicazioni, ma che con il comunicare ha ben poco a che fare. Emarginata dalla società in quanto “piuttosto sgraziata”, il suo obiettivo è quello di apparire al mondo per ciò che è “dentro”. Riccardo, anche lui studente della stessa facoltà, è di famiglia benestante e ciò a cui aspira è di “apparire”, senza rinunciare mai a donne, discoteche e fascino.
Due vite apparentemente incompatibili, che si ritroveranno improvvisamente complici ed indissolubili.

Citazioni
- Giada (Cristiana Capotondi) "Come mai le donne non dicono niente?" - Sara (Elisa Di Eusanio- bravissima, davvero) "Forse non gli piace farsi mercificare così"
- Giada "E' il terzo ripasso e non so ancora nulla" - Riccardo (Nicolas Vaporidis) "Ammazza che vita di m...a!"
- Riccardo riferendosi a Giada "Vaff...o sto ragno al limone!"
- Giada "Cosa c'è che non va? E'solo un maglione!" - Sara "Ti squalifichi da sola!" - Giada "Me l'ha regalato mia nonna!" - Sara "E se vede!"
- Giada suona il campanello a casa di Riccardo, Loris (Niccolò Senni) apre la porta "Buongiorno sorella, abbiamo un'enciclopedia che ci fa anche da aspirapolvere e da testimone di Geova!"
- Riccardo "Non ti piace guardarci?" - Giada "Preferisco esserci..."
- Riccardo toglie gli occhiali a Giada "Sei più bella così, perchè li porti?" - Giada (in tono sarcastico) "Perchè non ci vedo?!"
- Sara "Sei tu che con ostinazione difendi il tuo look!" - Giada "Solo a sentire la parola look mi fa sentire peggio" - Sara "Mmm... difficile"
- Hermes (Marco Foschi) a Giada "Che fai, ti vergogni? Non l'hai fatto tutta la vita perchè lo fai adesso?"
- Fiamma (Giulia Steigerwalt) osservando Giada ballare "Ti muovi come un orsetto epilettico"
- Fiamma "La tua cultura non ha ritmo"
- Giada "Non c'è nulla di intelligente ad essere felici"

Carta d'identità
Titolo italiano: Come tu mi vuoi
Data di uscita (in Italia): 09 Novembre 2007
Genere: Commedia
Durata: 107'
Regia: Volfango De Biasi
Da vedere: non serve questa visione per comprendere in che società materialista viviamo, ma è utile per ricordarcelo. Perchè fa bene al "nostro" cinema sapere che ci sono interpreti giovani e promettenti.

giovedì 15 novembre 2007

Lampi di genio (capitolo 4)


Mentre ancora cerco di arrovellarmi per trovare una spiegazione (quanto meno prossima al plausibile) della scelta di trasmettere una puntata inedita ed una di "vecchio stampo" (ibrido venuto maluccio dato che non avevano un nesso, nè logico nè temporale)- con l'etichetta "Prima Visione" tra le altre cose- vi lascio "orme" di pura (e instancabile) auto-ironia "british". A presto!

PuntatA andata in onda il 14/11/2007
- Wilson (Robert Sean Leonard) è impegnato in un'operazione chirurgica, quando nel monitor appare House (Hugh Laurie) "Aiutooo! Sono intrappolato nel monitor!"
- La discussione descritta poco fa volge al termine con uno scocciato Wilson che si rivolge ad House lamentandosi di averlo interrotto, House "Ti sei voltato verso il monitor? Sai, non ti posso vedere"
- House ad una classe di studenti in visita nell'ospedale "Chi mi dice perchè il cuore si è fermato avrà una "a" nel corso della Dottoressa Cuddy"
- Il marito della paziente (visibilmente scosso e giustificatamente trasandato) entra nel suo ufficio "Dotto House?" - House "Pulisci dopo!" - Marito della paziente "Non sono un inserviente" - Marito della paziente "Voglio sapere dove la portate!" - House "l'avete portata", passato prossimo. Una forma verbale poco interessante, come questa conversazione"
- House al medico che sta operando la sua paziente "Fammi vedere il cuore" - Medico "Perchè?!" - House "Sai, ho perso il portafoglio"
- House assiste all'abbraccio fra Cameron (Jennifer Morrison) e Foreman (Omar Epps), "A me, niente?!"
- La Cuddy (Lisa Edelstein) entra nello studio di House "Come va?" - House dopo averla osservata da capo a piedi "(sospiro) Le tue gambe illuminate dalle luci di sicurezza sono fantastiche" - Cuddy "Grazie"
- La paziente si risveglia, dopo che i medici avevano dichiarato il decesso "E' il Paradiso?" - House "No, è il New Jersey"
- House "Come mai è sempre merito di Dio quando succede qualcosa di bello?"
- House "Forse sappiamo qual è il problema" - Marito della paziente (cubano) "Ormai "era"" - House "EHI. E' la mia lingua madre, non la tua" - Paziente "Ma io..." - House "Oggi è Lunedì. Sei morta per un giorno. Se la cosa si ripete puo' diventare seria. Devo fare un'altra angiografia" - Marito della paziente "Non è quella che ha fermato il cuore?" - House "No, è stato Dio. E' onnipotente sai!" - Paziente "Dio ha vegliato su di noi. Nell'oceano..." - House "Chi vi ha salvato non aveva le ali, aveva un elicottero" - Paziente, indicando il marito "Ma lui ha pregato..." - House "Sai quanti bambini pregano per poter volare! O quanti preti pregano di... bè, loro ci riescono"
- House risolve la patologia della paziente, "Un piccolo intervento e si sentirà meglio" - Paziente "Grazie a Dio" - House "... non costringermi a schiaffeggiarti!"
- Mettendo da parte l'orgoglio, House cerca di convincere Foreman a restare. Quest'ultimo, nonostante tutto, sembra sicuro della scelta di lasciare l'ospedale. Wilson (Robert Sean Leonard) assiste alla scena "Bel tentativo" - House "I bei tentativi sono inutili"
- Cameron - l'unica collega rimasta nel team - porge ad House una lettera di dimissioni, House "Spero siano foto di nudi"
- Wilson "Non rispondi più al telefono" - House "Ormai sono famoso, i giornalisti mi perseguitano" - Wilson "E' la Cuddy" - House "Lo so, per questo non ho risposto!"
- Wilson "Cambiare non è il tuo forte" - House "Non è più così, ORA SONO CAMBIATO"
- House "E tu occupati del marito" - Chase (Jesse Spencer) "Perchè? Non lamenta nessun dolore!" - House "Calcolo elementare, prendi i sintomi di lei, sottrai quelli marittimi di lui, restano i sintomi originali della moglie"
- Cuddy "Oltre che per curiosità, hai qualche altra ragione per tenerla sotto by pass?" - House "Il marito della paziente la preferisce non morta"
- Durante l'intervento, Cameron "La sua pressione è in aumento" - House "Anche la mia, certo io combatto per avere una certa dignità"
- Wilson "Ho sentito che hai soddisfatto un altro cliente" - House "Ah, ancora un altro e ho vinto un set di coltelli"

mercoledì 7 novembre 2007

Lampi di genio (capitolo 3)


In un periodo sterile di proiezioni interessanti (almeno per me) - e solo in Valtellina - la mia ancora di salvataggio si chiama Mercoledì sera e, debbo ammettere, può portarmi molto molto lontana dalla riva... ma questa "nuotata" a stile libero e in completa solitudine (sola nella mia stanzetta) aiuta a distendere i nervi. Insomma, questo superbo (ma sublime) "Dottor (bastone) House" avrà sempre spazio accanto a me. Ed è il filo che, per il momento, mi lega a voi, adorati e fedelissimi lettori. Ve ne sono grata.

Puntate andate in onda il 07/11/2007
- Cuddy (Lisa Edelstein) mostra a Foreman (Omar Epps) il modulo delle dimissioni che dovrà firmare "Buona fortuna" - Foreman "Grazie" - House (Hugh Laurie) "Tutto qui? Non gli dici che siamo una grande famiglia e che i familiari non si abbandonano?" - Cuddy "Vuoi che glielo dica?" - House "NO".
- House dà a ciascun membro del team un compito e prima di congedarli aggiunge "Io mi occupo della festa di addio di Foreman. Va bene "la sirena sotto le stelle" come tema?"
- Cameron (Jennifer Morrison) "Perchè Foreman se ne va?" - House "Vuole allevare lama"
- House, di fronte a Wilson (Robert Sean Leonard), simula uno sbadiglio "YAWNNN" -onomatopea dello sbadiglio. C'avevamo solo questa ;p - "Scusa, era uno sbadiglio che cercava di esprimere noia"
- House entra nell'ambulatorio e vi trova un paziente con la compagna a fianco "E' per via delle mie feci" - House "Tema di grande attualità. Lei vuole assistere?" - Paziente "Facciamo tutto insieme" - House "Certo, immagino che al bagno ci si sente un po' soli"
- House rivolgendosi a Foreman "FORZA! DOV'è QUEL SORRISO CHE ILLUMINA IL MONDO SENZA CONTRIBUIRE AL RISCALDAMENTO GLOBALE!"
- House a Wilson "Che ne dici se assumo un nutrizionalista al posto di un neurologo? Inizia sempre per ENNE!"
- Sempre riferendosi alla nutrizionalista, Wilson "Ha 26 anni!" - House "Sì, ma... ha la saggezza di una donna molto più giovane!"
- House "Non puoi spiegarlo! Ti servirebbero cento lavagne e cento pennarelli!"
- House "La mia paziente sta per avere un attacco cardiaco, che spettacolo!" - Cuddy "Peccato ho due biglietti per un ictus al terzo piano!" - ma quando l'attacco in realtà non si verifica, Cuddy "Mi dispiace, andrà meglio la prossima volta"
- House "Accusi sintomi di mentire per caso?"
- House alla Cuddy "DONNA! Sei una diabolica calcolatrice... il che ti rende ancora più attraente"
- House, di nuovo, alla Cuddy "Non cambiare argomento, quello lo posso fare solo io"
- House a Cameron "Se vuoi fare cosa gradita, non parlarmi dei testicoli degli altri uomini"
- Cameron "Parleremo mai del dopo-Foreman come argomento?" - House "SE FOSSIMO UNA COMPAGNIA AEREA SCANDINAVA AUTOGESTITA lo faremmo"
- House a Foreman "Cercheremo di cavarcela senza il tuo sguardo fisso nel vuoto"
- Paziente "E tu chi sei?" - House "Il Dottor BASTONE, quello che agli scacchi ti darà del filo da torcere".

venerdì 2 novembre 2007

Lampi di genio (capitolo 2)

Puntate andate in onda il 31/10/2007
- House (Hugh Laurie) "Perdita del libero arbitrio, carino... potremmo chiamare Tommaso d'Aquino per un consulto"
- House "Fai un ECG con contrasto. Non troverete nulla ma avrò lo studio libero... ci sono tanti porno che aspettano su Internet"
- Wilson (Robert Sean Leonard) "Andiamo ad una mostra, mica ci dobbiamo sposare!" - House "ADESSO... Lui se le sposa sempre... ALLA FINE"
- House "Devo andare via!" - Cameron (Jennifer Morrison) "Perchè?" - House "Wilson ha un appuntamento"
- Ex moglie di Wilson "James Wilson è attento a calibrare il suo livello di protezione alle tue necessità personali" - House "Vuoi paragonare Wilson a un assorbente?"
- House entra nella cappella dell'ospedale e vi trova Foreman (Omar Epps) "Hai finito di parlare con il tuo amico immaginario? Data l'ora potresti comiciare a lavorare no?"
- Wilson "Io curo pazienti per mesi, anche anni, non per settimane come te" - House "IO SONO PIù ALTO"
- Wilson "In base a questa logica un sociopatico sarebbe il miglior paladino dei pazienti al mondo" - House "Sono arrossito!"
- Foreman "Non è autoimmune, è un'infezione" - House "Mmm la memoria non è più quella di un tempo ma... non la abbiamo esclusa OTTO SECONDI fa?"
- House parla a Wilson di Hector, il cane di quest'ultimo che lo stesso House ha in affido "Non trovavo una cartella e ho trovato della carta nella sua cacca! Un disco di Elvis? Sparito! Digerisce anche il vinile! Ha passato una vita felice ma... è giunta la sua ora!"
- Cameron "Tutto apposto?" (House è a terra, dopo una caduta a causa della rottuta del bastone- forse dovuta proprio ai morsi di Hector) - House "Ho solo inciampato nel moralismo di Wilson!"
- Wilson "Restano solo i test casuali per le infezioni, ma so che tu non ami il termine "casuali" - House "Fateli in ordine alfabetico!"
- Un venditore di bastoni ne mostra uno ad House (con teschio d'argento in cima) House commenta "Fa un po' troppo Marilyn Manson all'ospizio!"
- Il nuovo bastone ha fiamme che dal fondo salgono verso l'alto, Cameron vedendolo per la prima volta "Fiamme?" - House "Così sembra che vado più veloce".

... non trasformerò questa "finestra sul cinema" in una "dipendenza da House", ritengo solo che questo spazio (che a lui dedicherò) sia come un bel film... non riesco a "zittire" ciò che mi trasmette e ho bisogno di farlo sentire anche a voi... concedetemelo...

lunedì 29 ottobre 2007

L’instancabile detective McClane


Willis come Highlander. Ma va bene lo stesso.
Perché in tutto quel marasma americano, dove le automobili vengono catapultate a distruggere elicotteri e la tecnologia supera qualunque frontiera, dialoghi taglienti e ingegnosi tengono in piedi “baracca e burattini”.
L’ultimo (lo sarà davvero?) capitolo della serie “Die Hard” – che circa vent’anni fa ha consacrato il talento di un “certo“ Bruce Willis (era il 1988)- si spinge ben oltre il limite del verosimile, sino a toccare la soglia del caricaturale. Eppure, seduta lì, mi sono divertita un mondo. Pur essendo consapevole dell’immortalità dell’eroino tutto pistole e sarcasmo (ma di quello pungente, di cui non si è mai sazi), era inevitabile non provare sensazioni apprensive (insomma, in più occasioni mi sono trovata a pensare “E ora che fa? Ha una pistola puntata alla tempia, nessuna possibilità di scampo, nessuno che lo venga a salvare… non gli rimane altro che morire…”), c’è mancato poco che mi mettessi a seguire i suoi movimenti (vi immaginate? Rotolarmi sulla moquette della sala o sterzare un camion invisibile?)! L’ho trovato un film coinvolgente sia dal punto di vista emotivo sia fisico. Questa caratteristica lo ha reso convincente, nonostante la trama avesse il solito “pazzo” nemico imprendibile, che dopo aver fallito il “piano A”, ciò che gli rimane è sterminare la famiglia di McClane, come se fosse un degno premio di consolazione. Inoltre, a far da spalla a Willis, c’è un ragazzino (Justin Long) inesperto ma dalla mente acuta, un giovane dalle mille risorse, divertente e maldestro al punto giusto.
E poi c’è lui, l’indomabile Bruce, che si porta appresso 52 primavere (e forse anche qualche chiletto in più) e la consueta “stanchezza” negli occhi (che tanto mi piace), ma malgrado questo non arranca e non decade nella scontata goffaggine (come, invece, è avvenuto a qualche collega (quasi coetaneo) alle prese con altrettanto attesi sequel). Lunga vita al physique du role e all’espressione “acchiappa femmine” in puro stile Bruce, che gli resta “appiccicata” anche quando intorno precipitano grattacieli e crollano autostrade.
Ma chi diavolo ce l’ha messo Edoardo Costa in questo film? Uno che "vanta" di una partecipazione a “La fattoria” può recitare con Bruce Willis?

Trama
Gli Stati Uniti sono in pericolo terrorismo: il cyber-terrorista Timothy Olyphant (Thomas Gabriel) organizza un colpo di Stato mandando in tilt dapprima il traffico stradale, poi la borsa di New York ed infine le risorse primarie (luce, acqua, energia), l’obiettivo è quello di prelevare ingenti somme di denaro allo Stato. Matt Farrell (Justin Long), è un giovane hacker che in qualche modo sembra coinvolto in questa storia. Il compito dell’irriducibile detective John McClane è quello di portarlo in Centrale per un interrogatorio, ma naturalmente qualcosa va storto: gli scagnozzi di Olyphant, infatti, sembrano intenzionati a togliere di mezzo il ragazzo, senza mezze misure. Ostacolo che non impensierirà, certo, un “duro” come McClane.

Citazioni (delle vere chicche)
- John McClane (Bruce Willis) alla figlia "Lucy McClane!" - Lucy "Io non mi chiamo McClane, mi chiamo Gennaro"
- Matt Farrell (Justin Long) "Hai visto che volo?" - McClane "L'ho lanciato io!"
- Farrell "Da quando non accendi la radio per ascoltare musica moderna? Da quanti decenni? Michael Jackson era ancora nero?"
- McClane "Ho avuto un gran culo eh?" - Farrell "Hai abbattuto un elicottero con una macchina!" - McClane "Avevo finito le pallottole!"
- Farrell "Io ho creato un codice ed ora il mondo va in pezzi"
- Dopo uno scontro fisico con una donna, McClane "Adesso hai rotto con questo CAZ.. di Kung Fu!"
- "Vattene questa è casa mia!" - McClane "O mi dici quello che voglio sapere o ti ci sparo in casa tua!"
- Farrell "Ehi, abbiamo un piano o una strategia..." - McClane "Sì, trovare Lucy e ammazzarli tutti"
- Timothy Olyphant (Thomas Gabriel) "Mi sto facendo il culo qui, John" - McClane "Allora stringilo bene perchè ti sto portando l'assegno!"
- McClane osservando l'uomo che lo sta seguendo "E questo chi è? Spider-Man?"
- Lucy (figlia di McClane) "Ragazzo, prova a cercare tra i pantaloni se trovi un paio di palle che ti serviranno presto" - Farrell "Brava, il tuo modo di parlare somiglia a quello di qualcuno, è pelato..."
- Lucy "Ti sei sparato da solo!" - McClane "Mi è sembrato geniale... sul momento"
- McClane "Lo sai che le ragazze amano delle cicatrici" - Farrel osserva Lucy, poco distante da loro, McClane accorgendosi del fatto "NO: Tranne lei" - Farrel "Ti ha detto qualcosa di me perchè sai... mi da dei brividi" - McClane "No, è solo l'effetto della morfina"

Carta d'identità
Titolo originale: Live Free or Die Hard
Titolo italiano: Die Hard - Vivere o morire
Data di uscita (in Italia): 26 Ottobre 2007
Genere: Azione, Avventura
Durata: 130'
Regia: Len Wiseman
Da vedere: impossibile resistere al fascino di Bruce Willis (e al suo lato beffardo). Come fa ad essere sempre così affascinante? Irriducibile.

mercoledì 24 ottobre 2007

Fermate quest'uomo!


... perchè potrebbe essere la causa di una (mia) "grave" dipendenza...
... potrei avere una crisi d'astinenza dal suo (irresistibile) "humor all'inglese"...
quest'uomo ha la grande capacità di emozionarmi SEMPRE.
Scrive, recita, suona il piano, tutto con la stessa passione (e talento)... e fa ridere, ridere di gusto!

Mi "ritaglio" questo piccolo spazio, per ringraziarlo (seppure non potrò raggiungerlo personalmente). I Mercoledì sera, hanno un sapore particolare in sua compagnia. Soprattutto in questo periodo. ;)

E ne approfitto anche per informarvi (per chi non lo sapesse già) del prossimo impegno di Laurie. Lo vedremo infatti al cinema (nel 2008) in "Night Watch" (tratto da un romanzo di James Ellroy, per la regia del semi-esordiente David Ayer) nei panni di un ufficiale di Polizia chiamato ad indagare su un collega accusato di corruzione (Keanu Reeves). Appuntamento interessante, no?
Lampi di genio
Eccovi alcune battute del sarcastico Dottor House:
- Foreman "Non riuscivo a contattarti. Dovresti ricaricare il cellulare ogni tanto" - House "Si ricaricano? Io pensavo che bisognasse comprarne uno nuovo"
- Cameron "Cosa ne pensi del sesso?" - House "Beeeh, potrebbe essere complicato, lavoriamo insieme, io sono più vecchio, ma magari ti piaccio!" - Cameron "Dicevo che forse ha la neurosifilide..." - House "Tzè, bella copertura!"
- House "È stato comunque colpito da una pallottola" - Cameron "Gli hanno sparato?" - House "No, gliel'hanno tirata!"
- House "Ho la vescica piena e non mi farei problemi ad usarla!"

Puntate andata in onda il 24/10/2007
- Cuddy (Lisa Edelstein) "Non sei spiritoso" - House (Hugh Laurie) "Non posso sempre ridere!"
- Ragazzino "Cos'è un'estensione pastorale?" - House "Un tizio che è stato violentato dal cugino di un prete!"
- Cuddy "La paziente va all'asilo" - House "Caso meno noioso, se non è una nonna ripetente da una vita!"
- "Controllate le ginocchia!" [Chase (Jesse Spencer), Cameron (Jennifer Morrison) e Foreman (Omar Epps), restano immobili e lo fissano sbigottiti] House "Quelle cose nodose in mezzo alle gambe!"
- House "EHI! Volete che vi annaffi con un idrante!"
- House "MAI è soltanto "IAM" letto al contrario"

lunedì 22 ottobre 2007

Un topolino in cucina


Il termine “Ratatouille” è un gioco di parole fra “ratto” ed “intruglio”.
Il suo vero significato è di origine culinaria ed è la combinazione di verdure cotte a vapore.
Un piatto semplice, genuino e rapido.
Ma dietro a tanta naturalezza, si possono provare intense emozioni.
Lo ammetto, sono un’inguaribile amante de “Gli incredibili”. Un Dvd che riscopro ogniqualvolta lo inserisco nel lettore: mi affascina, mi stupisce e soprattutto mi diverte.
Mi piace osservare quanto poco si discosta dalla realtà, in ogni dettaglio, anche il più piccolo: dalla capigliatura, ai movimenti, alla straordinaria espressività. Mi incanta sapere che tanta finzione è così vicina alla verità. In queste pellicole, anche la situazione più assurda (nella nostra quotidianità), sembra diventare normale.
E poi c’è LEI: Edna Mode, la sarta dei supereroi, con la voce di Amanda Lear e la camminata “paperonica”. Insuperabile in tutta la sua originalità.
Dunque, il raffronto è stato inevitabile. Ed anche se ritengo “Gli incredibili”, il film d’animazione per antonomasia, il piccolo topo chef ha superato l’esame a pieni voti.
I personaggi principali sono due, e due sono i punti di vista dei quali siamo spettatori: il mondo normale di un giovane sguattero (Linguini), fatto di licenziamenti, sconfitte e timidezza, ed il “gigantesco” mondo del topino (Remy), fatto di soffitte, polvere e desideri. Il primo alla ricerca di un lavoro che lo porti a condurre una vita comune a chiunque altro, il secondo all’inseguimento di un sogno che lo possa rendere diverso dai suoi simili. Protagonisti di due vite completamente differenti, si ritroveranno coinvolti in un’amicizia magicamente insolita, ove l’uno non potrà più rinunciare all’altro.
Caratteristica rimasta intatta al lavoro precedente, è l’inventiva con la quale vengono rappresentati i personaggi: uno su tutti, il capo chef Skinner: la piccola statura (tanto che, per arrivare al banco di lavoro, si serve di una scaletta) contraddice una personalità arrogante e cinica (tanto per ricordare, la superbia di chi comanda). Tutto questo, mi ha ricordato la mia amata Edna!
Inoltre, il critico di cucina, Ego. Un uomo dall’inquietante magrezza, dallo sguardo vitreo e dal colorito prossimo al cadaverico. Con dita lunghe ed affusolate come coltelli. Mi permetto anche di rivelarvi un arcano: ho avuto la (tremenda) sensazione che questo personaggio non sia del tutto immaginario, ma che il creatore si sia profondamente ispirato ad un senatore (a vita) italiano (non farò cognomi, ma un “certo” Giulio vi dice qualcosa?).
E poi ci sono le emozioni suscitate dagli occhioni dolci di Remy, le zampette ed il nasone rosa che lo rendono quasi “umano” e soprattutto il desiderio di credere nei sogni. Considerarli possibili e non solo uTOPIstici (permettetemi il gioco di parole), ci insegna qualcosa. Se chiunque può cucinare, altrettanto vale per la “costruzione di castelli in aria”, no?
Intanto che metto in piedi il cantiere… si può adulare un personaggio irreale?
Trama
Dopo una movimentata fuga dall'anziana proprietaria (evidentemente scontenta dei propri coinquilini) della soffita occupata "abusivamente", Remy (un piccolo topo sognatore) si riscopre solo. Risalendo le fognature dove si era rifugiato, si trova davanti al "Gusteau", il ristorante che aveva sempre sognato. Remy, infatti, non è un topo qualunque ma è dotato di un olfatto sopraffino che gli permette di unire cibi e sapori diversi, per questo il suo desiderio più grande è quello di diventare un cuoco. Con coraggio e determinazione (e tanta immaginazione), il simpatico topolino riuscirà ad entrare nella cucina dove incontrerà Languini, un giovane e sfortunato sguattero. Con l'energia di questa inusuale amicizia, riusciranno a concretizzare sogni e scoprire anche molto altro.

Citazioni
- "Non tutti possono diventare grandi artisti, ma il grande artista può trovarsi ovunque"
- Emile ("fratellino" di Remy) "Tu... leggi?" - Remy "Non eccessivamente" - Emile "E papà lo sa?" - Remy "Ci si potrebbe riempire un libro delle cose che papà non sa"
- "Nulla può fermare la forza dei desideri"
- Fantasma Gusteau a Remy "Il cuoco cucina, il ladro rapina e tu non sei un ladro"
- Languini a Remy "Non fare il modesto, sei una pantegana per la miseria!"
- Padre di Remy "Dove vai?" - Remy "Con un po' di fortuna... avanti"
- Colette "Detesto la modestia, è solo un altro modo di mentire"
- Capo chef Skinner "Un gomitolo di... di... qualcosa" - Avvocato "Lana?" - Skinner "Esatto"
- Ego "c'è più dignità in un'opera d'arte mediocre che in una mia stroncatura, che pur è divertente da scrivere per me e da leggere per voi".

Carta d'identità
Titolo originale: Ratatouille
Titolo italiano: Ratatouille
Data di uscita (in Italia): 17 Ottobre 2007
Genere: Animazione
Durata: 117'
Regia: Brad Bird, Jan Pinkava
Da vedere: perchè trasmette tanta (tantissima) tenerezza. Dolce.

mercoledì 17 ottobre 2007

La vendetta di Jodie


Jodie Foster, sa trasformare tutto in oro. Persino una pistola.
E se qualcuno, una volta, ha affermato che “la vendetta è un piatto che va servito freddo”, l’esempio che ci offre Neil Jordan va gustato, certo, ma senza troppe pretese.
Un film che, stando alle (mie) premesse, aveva tutto per meravigliare e che, al termine della visione, non ha stupito.
Non mi ha sorpreso perché Jodie Foster (lei, appunto) resta fra le interpreti femminili che non sbagliano mai. Recita con un’intensità, un’energia, una passione che poche donne al mondo sanno trasmettere. Recita come se le avessero ammazzato davvero una persona così importante. Come se fosse realtà, tutto quell’odio dentro. Come se fosse lì con noi, a raccontarci la prima volta che ha sparato ad un uomo incontrato in un supermercato. E noi, inevitabilmente, la ascoltiamo, la osserviamo, la viviamo con lo stesso piacere, ad ogni film.
Però, la pellicola in sé, si accinge ad enfatizzare il significato vero e profondo di “vendetta”. Da un regolamento di conti, infatti, si trasforma in imprese eroiche della nuova paladina della giustizia.
Come un Batman al femminile che si muove nella notte e ammazza i delinquenti, portando in salvo la gente indifesa. E stranamente senza mai lasciare traccia del suo passaggio. Parte centrale che, a mio avviso, avrebbe potuto incentrarsi sul recupero psicologico e fisico della donna, sulle indagini per scovare le identità degli aggressori, per esempio. Forse, a quel punto, il “castigo finale” avrebbe avuto un altro impatto sugli spettatori. Più sofferto e sentito.
Mentre scorrevano i titoli di coda, inoltre, si è fatto insistente un certo sapore amaro in bocca. Credo sia stato per via dell’atto conclusivo. Un vero peccato che non sia andata come credo la maggior parte di noi, si aspettava. Un gesto eroico di un poliziotto amico, ha invece minimizzato quello di una coraggiosa cittadina qualunque.
I punti a favore, per giustificare il mio voto, naturalmente ci sono (oltre a quello citato nelle prime righe): un cast (fra cui un divertentissimo Nicky Katt, nei panni del detective Vitale. Una ventata “di spirito” sporadico che giova al clima d’odio e paura che, giustamente, invade la sala) di buoni attori, per esempio, e la scena dell’aggressione (alternata fra l’occhio della macchina da presa vera e propria e la telecamera di uno dei bulli “armati” di pugni e idiozia) che lascia l’aria satura di silenzio, ove ogni spettatore resta col fiato sospeso per un paio di minuti, il tempo necessario per afferrare che il dolore che sentiamo non è dovuto alle botte, ma al coinvolgimento emotivo della scena. Immagini che ogni tanto tornano alla mente della protagonista e che fanno male, nello stesso modo, anche a noi.
Ad ogni modo, giustizia è fatta. E l’importante era proprio questo (oltre a ritrovare il cane).

Trama
Erica Bain (Jodie Foster) racconta storie di vita quotidiana, su un'emittente radiofonica newyorkese. La sua vita è fatta di piaceri e di dolori, proprio come qualunque cittadino, condividendo il suo mondo con David (Naveen Andrews ), il suo amato. Quella che sembra una vita come tante, all'improvviso si trasforma in un incubo: durante una passeggiata al parco i due vengono aggrediti da una banda di balordi. Dal tragico evento, Erica perde il compagno ma non la dignità. Acquistata una pistola illegale, decide che è opportuno farsi giustizia da sé.

Citazioni
- Erica Bain (Jodie Foster) "Io non sono una faccia, sono una voce"
- Erica ad un poliziotto "Voi siete i buoni perchè non ho questa sensazione?"
- Vicina di casa di Erica "Sono tanti i modi di morire, ma tu devi trovare il modo di vivere"
- Detective Vitale (Nicky Katt) "La sua fedina penale è più lunga del mio caz..." - Detective Mercer (Terrence Howard) "Allora vuol dire che è incensurato"
- Detective Mercer "Una delle tre pallottole non è andata a segno. Come te lo spieghi?" - Detective Vitale "O è presbite o ha una mira del caz..."
- Erica ad un criminale che ha l'ha intrappolata nella sua auto "Apri le porte!" - criminale "E se non lo faccio?!" - Erica "Sarò l'ultima "superfica" che vedrai"
- Detective Vitale "Le donne uccidono i mariti, i figli, i fidanzati... non uccidono così"
- Un ragazzo testimone, cerca di descrivere la donna che ha visto sulla metropolitana, ad una poliziotta che deve farne l'identikit "Aveva un bel culo... ma tanto non lo disegna il culo no?!"

Carta d'identità
Titolo originale: The brave one
Titolo italiano: Il buio nell'anima
Data di uscita (in Italia): 28 Settembre 2007
Genere: Azione, Thriller
Durata: 161'
Regia: Neil Jordan
Da vedere: perché davanti alla rabbia (e al dolore) di Jodie Foster, non ci si può tirare indietro. Rabbioso.

lunedì 15 ottobre 2007

Un giallo tutto italiano


Il silenzio squarcia la solitudine del lago.
L’odore dell’erba, il grigio del cielo, il fievole rumore delle acque tranquille. In mezzo a colori così freddi, il verde del prato sembra entrare con violenza nel campo visivo. E poi c’è lei, Anna. Un corpo pallido e nudo, riverso a terra in una posizione anomala, scomposta, senza vita.
Un’immagine forte, dolorosa, incredibilmente vera.
Un film così bello che pare di averlo vissuto in prima persona. Di aver respirato quegli odori, toccato quel corpo freddo, aver provato quella sensazione di disagio in un silenzio così reale, spezzato solo dal canto degli uccelli. Come se fossero loro a restituirci alle poltrone rosse, ricordandoci che è tutto finzione.
Ma qualunque sfumatura di questa pellicola, stupisce. Un paesino che assomiglia a mille altri, con la sua gente, i suoi problemi, i suoi segreti, vite che si uniscono e che condividono inevitabilmente ogni cosa, poiché i muri non sono così spessi da isolare e le distanze non così nette da dividere. Un ambiente troppo piccolo per sopportare il peso della coscienza.
Così, un omicidio inspiegabile (anche se poi, un delitto, non ha mai una spiegazione plausibile), stravolge la monotona quotidianità di un paese di montagna. Si apre così il cerchio scontato delle accuse, coinvolgendo dapprima il “matto” del paese (l’unico, che comodamente si può additare senza particolari rimorsi), passando poi per il fidanzato (che, come mostrano le cronache italiane, pare avere pur sempre un movente in più di chiunque altro) arrivando infine all’amante o la moglie dell’amante, vittima del tradimento.
Incriminazioni infondate, retroscena, segreti mai abbastanza intimi, il tutto visto dagli occhi del triste commissario Sanzio, interpretato da Toni Servillo in maniera magistrale. Un uomo sprofondato nella sua difficile vita privata, scortato costantemente da quell’ombra malinconica, senza però tralasciare quella determinazione che lo rendono un uomo sicuro, almeno nel campo professionale. Un attore che sa rendere importante un qualunque dettaglio, poiché mai recitato con noncuranza. Ma chiunque, in questa trama semplice, non è mai inserito casualmente. Tutti i tasselli compongono un puzzle da comporre con cura.
La pellicola ruota intorno ad una spirale efficacemente lenta, ricca di silenzi, di sguardi e di imperfezioni. Ma è stata tutta questa semplicità ad incantarmi. Da spettatrice, donna e da amante del grandeschermo.

Trama
Un piccolo paese della Carnia (Friuli) viene sconvolto dal ritrovamento, sulle sponde del lago, del corpo senza vita di Anna (Alessia Piovan- così bella, da dispiacersi del suo ruolo “muto”, ma estremamente espressivo), una giovane del posto. Un esperto commissario (Sanzio (Toni Servillo)), trasferitosi lì di recente, viene chiamato ad indagare sul caso, ritenuto immediatamente inspiegabile.
Inizia così una lunga catena di scrupolose ricerche e di deboli indizi, che coinvolgeranno fatalmente tutta la comunità.

Citazioni
- Sanzio (Toni Servillo) "I matti sono tutti buoni, fino a che non diventano cattivi"
- Sanzio "Da cosa si capiva che il serpente del lago l'ha guardata negli occhi?" - Mario (il "matto") "Perchè ha fatto l'incantesimo e si è addormentata!"
- Sanzio "Il padre della ragazza?" - "Il padre nun ci sta" - "Un padre ci sta sempre"
- Sorella di Anna, la ragazza trovata morta, riferendosi a Roberto (il fidanzato della vittima) "Mio padre lo odia. Dice che è un delinquente e scansafatiche" - Sanzio "E, invece, che tipo è?" - "E' così. Ma se bastasse questo dovremmo odiare mezzo mondo, no?"
- Sanzio "Qualcuno mi deve spiegare perchè, quando le donne litigano, litigano di spalle"
- Sanzio a Roberto "Tu sei in una brutta posizione ed è meglio che eviti di fare lo spiritoso. O peggio, lo strafottente. O peggio del peggio del peggio, la testa di caz..."
- Roberto "Voglio sapere la verità!" - Sanzio "Te la dico io, la verità" - "E allora dimmela!" - "No." - "Mi hai detto che me l'avresti detta" - "C'ho ripensato"
- "E tu, sei sposato?" - Sanzio "sì" - "Lei è bella? Cioè... volevo sapere come, una donna bella, potesse sposare un uomo così scorbutico" - "Si vede che non ero scorbutico"
- Sorella di Anna "mica lo puoi scegliere il padre, quello che ti capita, ti capita"
- Sanzio a Roberto "Ti arrestiamo, hai niente da dire?" - Roberto "Vaffanc..." - "Ecco"
- Poliziotto a Sanzio "Commissario, non si può fumare qui" - Sanzio "Arrestami".

Carta d'identità
Titolo italiano: La ragazza del lago
Data di uscita (in Italia): Mostra del Cinema di Venezia 2007 - 14 Settembre 2007
Genere: Thriller, Drammatico
Durata: 95'
Regia: Andrea Molaioli
Da vedere: per comprendere che, finalmente, il cinema italiano si ribella alla consuetudine. Un’emozione particolare, nella scena finale, quando il sorriso di una madre rivela tutta la sua fragilità. Importante.

mercoledì 10 ottobre 2007

L' "Armata" italiana


Chi ama il cinema, lo vive.
E vivendolo, ci permette di respirare le sue gioie e i suoi dolori, di abbandonarci ai suoi colori, alle sue note e all’armonia che elargisce quando, a luci spente, ci si dimentica di essere uomini. Lo si continua ad amare anche quando le luci si riaccendono e ci sorprendono nelle nostre fragilità più intime.
Chi ama il cinema, soffre con lui.
Con il buio, il grandeschermo diventa non solo uno specchio di emozioni, ma anche un occhio che rivela la vergognosa desolazione di poltrone vuote, occhi spenti e sguardi persi nel vuoto. Provo rabbia, amarezza e… impotenza. Inettitudine dettata dall’illusione di non valere che un granello di sabbia sparso nella sabbia dell’universo.
Ma non è così. Io, come migliaia di persone là fuori, vorrei ricordare a noi stessi che prima di Internet, della pirateria e dell’esclusiva di entrare in possesso di un film ancor prima che questo esca nelle sale, c’era un mondo diverso. Una realtà che sapeva celebrare la genuinità, la lealtà e… il cinema di Totò, Massimo Troisi e Vittorio De Sica.
Perché? Che cos’è cambiato da allora?
Perché un film come “Cemento Armato”, per emergere dalla “spazzatura”, necessita della volenterosa (e innocente) “campagna” di Giorgio Faletti (uno dei protagonisti), che irrompe in qualsiasi studio televisivo del pianeta (manca solo di scriverlo sulla luna) per “pregare” il pubblico di entrare in sala e provare a dare fiducia al cinema italiano?!
Perché George Clooney, Angelina Jolie e Robert De Niro trasformano in oro ogni pellicola (non necessariamente strepitosa) che toccano e Nicolas Vaporidis, Giorgio Faletti e Carolina Crescentini entrano a fatica nelle sale italiane! Perché amiamo così tanto spaghetti e mandolino ma non Marco Martani (il regista del film)?! Muccino, Bellucci, Benigni, solo chi ce l’ha fatta. Solo chi ha portato la pizza a Hollywood, merita un posto in platea.
Al posto di trionfare, dopo essere entrati in possesso di una copia del nuovo film di Harry Potter prima che questo sbanchi il botteghino nelle sale italiane, frughiamo nella nostra coscienza e smettiamola di imbambolarci davanti ai “download”, sediamoci su quelle poltrone rosse e proviamo ad amare il cinema italiano.

Mi sono permessa una “ramanzina” a me stessa e a chi, come me, non smette di diffidare del “nostro” cinema.
Dopo “Cemento Armato”, però, qualcosa dentro di me si è smosso e ha aperto una voragine di sensi di colpa. Perché questa pellicola non assomiglia ai mille altri amori strappalacrime, alle infinite delusioni familiari, ai fragili rapporti umani, alle finte storie di violenza raccontateci dal cinema (e non solo) italiano. Tutt’altro. Se Faletti avesse la faccia di Jack Nicholson, Vaporidis quella di Shia LaBeouf e Crescentini quello di Scarlett Johansson (che mi perdoni, la apprezzo molto) probabilmente si facevano già i pronostici su chi avrebbe avuto la candidatura al premio Oscar.
“Cemento Armato” le sue fragilità le ha, per questo non si possono considerare parallelismi con le trame americane, ma acquista il suo fascino proprio per l’impegno di portare a termine un film dai sapori delicati e il desiderio di stravolgere i canoni della maggior parte delle pellicole nostrane. E’ proprio la sua “gracilità” a renderlo straordinario.
Tutto, in questa pellicola, sorprende.
La metamorfosi di Nicolas Vaporidis (non nascondo la mia stima- per motivi diversi e personali- per questo giovane attore. La sua espressività coinvolge sempre. Sia che si tratti di estrema felicità che di profondo dolore, recita ogni volta con una ammaliante sicurezza, come se, i suoi 26 anni, li avessi passati tutti a recitare), da studente liceale a strafottente gangster romano; dal personaggio femminile di Carolina Crescentini. Le sue lacrime, nella scena dello stupro, toccano l’animo più profondo, mi hanno fatto sentire ancor più donna (mi rivolgo al pubblico femminile) e come tale, esile in quella terribile violenza (seppur visiva) che mi hanno reso piccola piccola su quella poltrona rossa; arrivando a Giorgio Faletti, spietato nei suoi occhi di ghiaccio, un po’ meno nella buffa cantilena, che poteva donare al Professore di Lettere (di “Notte Prima degli esami”) ma che imbarazza un pochino se a parlare è un temutissimo boss mafioso (ad ogni modo, amo smisuratamente la vena artistica di Faletti- in particolare quella di scrittore- quindi trovo che sia geniale ovunque e comunque); infine, la rappresentazione di Roma, già magica da sola, ma resa ancor più infinita dalle riprese dall’alto, dalla fusione di luci e ombre, traffico e solitudine. Incantevole.
Andate a vedere questo film, ve ne prego anche io, come ha fatto Faletti in questi giorni. Vale la pena mancare ad un appuntamento con qualche thriller americano per perdersi dentro a questo splendido “noir” italiano.

Trama
Diego (Nicolas Vaporidis) è uno scapestrato ragazzo nullafacente, che si diverte a prendersi gioco delle debolezze altrui. Un giorno però, intento a divertirsi a sfasciare specchietti di macchine imbottigliate nel traffico, il "gioco" diventa il suo destino. Tra le sue "vittime", infatti, c'è anche "Il Primario" (Giorgio Faletti), un Boss mafioso della malavita romana.
Quella torrida mattina, si trasforma così in un incubo per Diego che lotterà per proteggere stesso (la sua ragazza Asia (Carolina Crescentini), sua madre e i suoi amici) da uno spietato e vendicativo sconosciuto. Che poi tanto sconosciuto, non si rivelerà.

Citazioni
- "Il Primario" (Giorgio Faletti) alla sua guardia del corpo "Cosa vedi dalla finestra?" - "Il solito traffico" - "Sbagliato. Cemento armato. Solo cemento armato"
- Diego "Per me, papà è come questo posacenere qua dentro, che non fuma nessuno!"
- "Dov'è nascosto il tuo amico!" - "Non so, ha detto che era fuori Roma!" - "Senti extracomunitario di merda, il tuo amico ha sparato a uno dei nostri. Quindi, o è tornato da fuori Roma, o ha un cazzo di fucile spaziale e una mira della Madonna".

Carta d'identità
Titolo italiano: Cemento armato
Data di uscita (in Italia): 05 Ottobre 2007
Genere: Drammatico
Durata: 93'
Regia: Marco Martani
Da vedere: assolutamente. Perchè questa pellicola, aprirà il vostro cuore prudente al "nuovo" (spero) cinema nostrano. Imperdibile. Ed è una voce che risuona con tutta la forza che mi è possibile. Andatelo a vedere.

martedì 9 ottobre 2007

Il caso (di) Clooney


“Michael Clayton” poteva essere un film diverso.
Poteva toccare toni più violenti (per esempio, ornandosi di feroci omicidi, impassibili crudeltà e snodate rivendicazioni). Oppure, che so, ridurre gli innumerevoli dialoghi ed aumentare le scene di suspance, a conclusione di avere un ritmo più incalzante, meno lento e “macchinoso”.
Poteva seguire la cronologia dei fatti senza invece rivelare, nei primi fotogrammi, ciò a cui si assiste nei minuti finali.
Poteva essere maggiormente intuitivo, evitandomi una netta sensazione di smarrimento che mi ha attanagliata nel corso di (quasi) tutto il primo tempo.
Poteva cercare (e, probabilmente ottenere) maggiore solidità nella presenza di un interprete femminile più che affermato (cito le ”solite” Kidman, Johansson, e via dicendo) acquistando così charme ed esperienza, al posto della spietata freddezza negli inespressivi occhi di Tilda Swinton (invece, una piacevole sorpresa).
Avrebbe potuto incentrare il successo della pellicola sulla figura di un avvocato dal fisico prestante, dal fascino indissolubile e dalla vita colma di successi, invece che trasformare Clooney in un avvocato mestatore, “traboccante” di debiti, occhiaie e fallimenti.
Sta di fatto che, da qualche tempo, ho acquistato la capacità di prevedere. E quindi scegliere. Stasera ho scelto “Clayton” ed ero certa di non sbagliarmi.
Se lasciassi che la recensione si risolvesse a questo punto, il sette e mezzo datogli nella colonna a destra, potrebbe diventare una “svista”. In realtà il mio cuore da amante del grandeschermo, dei silenzi e degli sguardi imperturbabili (e questo film abbonda di primi piani di un Clooney stupefacente- fascino a parte. Ma, come ho spesso ribadito, personalmente non ne sono sedotta sino ad imbambolarmi, come tutte le altre donne sulla faccia della Terra- e probabilmente non solo- ma a maggior ragione posso esprimere un giudizio esclusivamente “tecnico”), si è innamorato di tutto ciò che ha reso questa pellicola, una pellicola differente.
La “lentezza” non fa altro che accrescere la tensione che, dai primi minuti del secondo tempo, esplode da sotto ogni poltrona, i “fiaschi” di Clooney rendono il tutto più umano, gli interpreti (lasciati, volutamente, a loro stessi) delimitano una situazione più che reale, nel contesto viene anche denunciata una situazione decisamente preoccupante (proprio in America vi è un eccessivo utilizzo di diserbanti che- dati alla mano- ogni anno, causano danni alla salute per più di 250.000 americani).
Non vi sono proprio motivi per bocciare questo film.
Anche perché, grazie a questa pellicola, rinsavisco da visioni poco convincenti (di cui, infatti, non “pretendevo” molto).
Una questione volevo sollevare.
Non è che il finale, nel suo contorno, vi ha fatto pensare ad un altro grande film (ritenuto capolavoro e, infatti, super premiatissimo?!)? Io ho avuto questa fievole sensazione che però si è fatta convincente ripensandoci. Forse è tutto frutto della mia (lodevole) fantasia. Che comunque dovreste apprezzare.

Trama
Michael Clayton (George Clooney) lavora come avvocato, in un rinomato studio legale di New York. Il suo compito è quello di sbrogliare casi “scomodi”, come le omissioni di soccorso, politici poco fedeli, e così via. La sua vita cade a pezzi sotto i suoi occhi e la “Kenner, Bach & Ledeen” (lo studio legale per cui lavora) sembra essere l’unica salvezza per risollevarlo da debiti di gioco, affari andati male e questioni familiari (i deboli rapporti con il figlio, il recente divorzio, un fratello con problemi di droga). Ma la sua vita subisce una svolta quando Marty Bach (Sydney Pollack), il fondatore dello studio, gli affida il collega Arthur Edens (Tom Wilkinson)- che segue il caso della “U/North” (azienda di pesticidi), accusata di produzione di sostanze tossiche, considerate pericolose per la salute umana- che, in preda ad una (apparente?!) crisi psicologica, minaccia di capovolgere l’esito del processo poiché ritiene di essere in possesso di prove schiaccianti contro la ditta che in realtà ha il compito di difendere. Clayton, ha così l’occasione per riscattarsi da una vita turbolenta, senza però sapere a cosa, in realtà, andrà incontro.

Citazioni
- Arthur Edens (Tom Wilkinson) "E Michael, il tempo è ora"
- Un pokerista, durante una partita di poker, "E ho perso peso, da allora" - Michael Clayton (George Clooney) osservando la sua "pettinatura" "E hai comprato anche i capelli"
- Michael Clayton "Io non faccio miracoli, faccio pulizie"
- "Hai fatto credere ai poliziotti di essere un avvocato e agli avvocati, di essere un poliziotto. Hai imbrogliato tutti... tranne te".

Carta d'identità
Titolo originale: Michael Clayton
Titolo italiano: Michael Clayton
Data di uscita (in Italia): Venezia 2007 - 05 Ottobre 2007
Genere: Thriller, Drammatico
Durata: 119'
Regia: Tony Gilroy
Da vedere: per comprendere, effettivamente, perchè Clooney è considerato "tra i più grandi", indipendentemente dal suo sex-appeal. Perchè questo film, travolge e "sconvolge". Poichè seppur inaspettatamente differente da ciò che ci si aspetta, è pur sempre appagante come lo si immagina. Interessante.


mercoledì 19 settembre 2007

... Spider pork...

E' solo che... non gli resisto!
Strepitoso Homer!

"Ti amo Spider Pork!"

I Simpson... in grande

E’ più faticoso sorreggere il grandeschermo che la tv.
Ed anche se si è in cinque, tutti gialli e sfacciatamente simpatici, resta uno sforzo comunque.
La famiglia Simpson sbarca al cinema, ma non convince. Tutt’altro: pare che ingigantendosi si sia persa la maestosità di questo ingegnoso cartone.
L’unico a non aver abbandonato la propria vera identità è Homer, gli altri personaggi (soprattutto quelli al di fuori della famiglia) sembrano inseriti casualmente a scopo di “contorno”. Ho avuto l’impressione che un episodio di trenta minuti è capace di trasmettere molto di più di un film di un’ora e mezza. Per altro, la comicità viene continuamente interrotta da accenni eccessivamente sentimentali (completamente estranei al genere Simpson) e forvianti. Un vero peccato.
Durante la visione, continuavo a pensare che se per scrivere una sceneggiatura come quella a cui stavo assistendo c’hanno messo quindici anni, avrebbero potuto pensarci un poco di più o forse meno, evitando di inserire fronzoli irriconoscibili.
Ho la sensazione che sul divano di casa (con anche la possibilità di stendermi a piacimento), davanti alla tv e con una durata ridotta a un terzo rispetto alla pellicola, mi sia divertita all’ennesima potenza confronto a ieri, stando sulla poltroncina accanto a due sconosciute (in preda al panico poiché il fidanzato non rispondeva al cellulare).
Bart che, improvvisamente, si rivela bisognoso di un padre affettuoso (ma quando mai?!), Marge che entra in crisi mistica dopo l'ennesima delusione del marito, Lisa si innamora di un irlandese tuttofare, nonno (che insieme ad Homer) è l’unico a restare saldo sulla propria ingenuità.
La sufficienza piena (o poco più) è dettata dai lampi di genio, che salvano il film dallo sfacelo: alcune scene (incentrate nella prima parte del film) sono e restano senza dubbio geniali: la corsa in skate di Bart completamente nudo (col “birillino” al vento e celato da qualsiasi oggetto), quella di Homer e Bart sul tetto, il sottile messaggio nella scena della Chiesa e dal Bar (chi prega si sfoga nell’alcol e viceversa) e i titoli di coda (ma quanta gente ci lavora in un film? Potevano evitarlo l’elenco dei parenti. Una bella trovata per rimanere sino all’ultimo secondo, quando l’uomo delle pulizie- quello vero- viene a dirti che la proiezione è proprio finita o se invece sei lì per dargli una mano).
Ad ogni modo, questo film, un vincitore ce l’ha… Spider Pork… (o Harry Plopper?!).
“Spider pork, spider pork il soffitto tu mi sporc, tu mi balli sulla test e mi macchi tutto il rest, tu quaaaaaaa....ti amo ... Spider pork!”
Meravigliosamente geniale.

Trama
Springfield è a rischio disastro ambientale. Dopo che Homer ha "accidentalmente" scaricato le feci del suo maialino domestico (e sue) nel lago, la zona circostante ha subito processi di inspiegabile natura. Il Presidente Arnold Schwarzenegger (insieme al responsabile dell'EPA) decide di isolare (e successivamente distruggere) Springfield, senza escludere i suoi abitanti.
Homer, considerato responsabile della catastrofe, viene prima accusato dai concittadini e poi abbandonato anche dalla sua famiglia. Ormai solo in Alaska decide di portare a termine la sua missione di salvare la sua Città e soprattutto riavere la sua famiglia.

Citazioni
- Homer "Ti insegno io a ridere quando una cosa fa ridere!"
- Bart dopo la scommessa "Questo è il giorno più brutto della mia vita" - Homer "Finora è il più brutto"
- Marge "Mille occhi... che potrà significare?" - nonno "MMM, mille... sono sicuro che sia un numero"
- Cittadino indeciso se stare all'interno o all'esterno della cupola che imprigionerà Springfield "Dentro o fuori, dentro o fuori, dentro o fuori... NON HO MAI VISTO VENEZIA!"
- Marge a Lisa "Sei una donna, potrai servare rancore per sempre"
- Homer "Non posso uscire c'è la folla e potrebbero fare male alla mia famiglia! E al nonno!" - nonno "Sono tra la folla!"
- Homer "Perchè tutto ciò che frusto mi abbandona?"

Carta d'identità
Titolo originale: The Simpsons movie
Titolo italiano: I Simpson - Il film
Data di uscita (in Italia): 14 Settembre 2007
Genere: Animazione
Durata: 87'
Regia: David Silverman
Da vedere: esistono milioni di ammiratori dell'originale famiglia Simspon. Vederli sul grandeschermo è certamente un evento fuori misura. Forse, proprio per questo, ci si attendeva qualcosa in più. Comunque, sempre universalmente unici. Divertente (ma non abbastanza).

mercoledì 5 settembre 2007

Disturb...ante


Disturbia” è come un libro scritto bene ma che non ha nulla da raccontare. O per lo meno, nulla di nuovo.
Avete ragione, questa pellicola non è altro che il remake de “La finestra sul cortile” (capolavoro hitchcockiano degli anni ’50) quindi penserete che per forza non è insolito al grandeschermo. Ma, con la definizione “nulla di nuovo”, sottintendo qualcosa di diverso.
L’ (eccessivo) utilizzo della nuova tecnologia ne è una dimostrazione. Già vista in altri film di recente produzione (mi viene in mente “Perfect Stranger”, per esempio) e che, inevitabilmente, a lungo andare stanca. Telecamere ad infrarossi, telefonini superpiattissimi (da provare a lanciare in acqua, per scoprire se anche loro “saltellano” e quanto), computer innovativi (ormai sostituiscono ogni mezzo: non mi stupirebbe, a questo punto, vedere una tastiera intenta a stirare le ultime camicie), e così via. La tecnologia ha così preso piede, da credere di avere il diritto di calpestare la buona, vecchia, fedele cinepresa (quella del regista, si intende). In questa pellicola, infatti, si ha un’alternanza di punti di vista, così rapidi, da stordire. Cannocchiale, display, telecamera, videocamera, … camera… mi viene il mal di mare.
Oltre a questo, che alcuni possono anche trovare opportuno, un altro aspetto sfavorevole sono i “finti” colpi di scena, a scopo di alzare la tensione ormai finita in fondo alla sala (se non già all’uscita).
Scena da brivido, preannunciata dal classico aumento di volume, contrapposto alla riduzione delle luci, qualcuno si avvicina furtivamente, la mano che sfiora la spalla… per poi scoprire che mammà voleva solo dare la buonanotte! Che "tenerezza".
E’ chiaro che la prima volta può risultare divertente, ma se si protrae per tutta la visione, viene normale pensare di assistere ad una farsa!
Per avere un voto maggiore (e lo merita) di “Alla Deriva”, è scontato che riveli anche caratteristiche positive.
Fra queste, ci sono le interpretazioni di Shia LaBeouf e David Morse (davvero incredibile che questo esca dalla mia tastiera, non ci credo nemmeno mentre lo scrivo! Che resti fra noi): il primo è in grado davvero di reggere la scena (anche quelle mediocri) con una capacità espressiva pregevole.
Il secondo, mi ha sorpreso: sempre interprete di ruoli “scomodi” (in alcune occasioni, anche troppo- vedi “Dottor House”), Morse ha stavolta superato sé stesso. Nei panni del presunto assassino (ancora una volta un “guastafeste”) e all'inizio praticamente assente, il suo ruolo si fa dominante e deciso, soprattutto nel secondo tempo (quando, nella parte centrale, il film acquista energia (più o meno): tensione a lungo cercata e raggiunta un tantino tardi, ma del resto non poteva che essere così). Glaciale nello sguardo ed impenetrabile nelle emozioni (ma soprattutto senza chewgum!), è quasi piacevole essere spettatori della sua metamorfosi. Sarà che nei panni di un presunto sicario apparentemente in ordine, calza proprio a pennello.
Pensate che durante le riprese si è fratturato le dita, eppure non ha mai smesso i panni di ambiguo vicino di casa: una vera fortuna (stavolta)!
Consiglio vivamente di non prendervi il DISTURB(i)O di andare a vedere questo film. Se proprio volete andarci, non portatevi appresso grandi aspettative.
Non è che sono diventata troppo severa?!
E sì che, i minuti iniziali, lasciavano credere di avere a che fare con una buona pellicola. Peccato.

Trama
Kale (Shia LaBeouf) è un ragazzino come tanti, ma non riesce a scrollarsi di dosso il rimorso per la morte del padre, nell’incidente d’auto che lo vedeva alla guida. Per questo, nella sua personalità traspare ribellione ed aggressività, anche in situazioni non consone. Proprio per il suo carattere difficile (dopo aver rifilato un pugno al professore di spagnolo) si ritrova agli arresti domiciliari per novanta giorni. Dopo che la madre gli proibisce videogiochi e tv, Kale, trova il modo di ingannare il tempo ormai monotono: munito di cannocchiale scopre, al di là del proprio giardino, un mondo nuovo fatto di vicini di casa interessanti e… forse pericolosi.

Citazioni
- Kale (Shia LaBeouf) "Non sono un guardone, sono un semplice osservatore..."

Carta d'identità
Titolo originale: Disturbia
Titolo italiano: Disturbia
Data di uscita (in Italia): 17 Agosto 2007
Genere: Thriller
Durata: 104'
Regia: D.J. Caruso
Da vedere: se proprio non riuscite a frenare la curiosità, ne vale la pena per i due interpreti (Shia LaBeouf e David Morse) e per la parte centrale del secondo tempo, dove dal torpore si passa a quella tensione che tanto speravamo di trovare sin dall'inizio. Poco convincente.

lunedì 3 settembre 2007

... aria di musica...

Mi scuso con chi riterrà questo post fuori luogo.
Il fatto è che provo emozioni troppo forti per lasciarle solo a me stessa.

Effettivamente, questo Blog, nasce dal desiderio di catturare sensazioni ed anche se non prendono vita dallo sguardo di una telecamera, escono dalle corde di una chitarra e ritengo importante non lasciarle sfuggire. Come se, imprimerle attraverso questa tastiera, mi aiutasse a mantenerle intatte evitando che il tempo ne logori la bellezza. Forti come nel momento in cui le ho vissute.

Quindi un grazie infinite a questo grande artista, virtuoso della chitarra e dotato di una travolgente personalità da palcoscenico.

Un uomo che, con sole sei corde, fa vibrare note ed emozioni.
E dal vivo è assolutamente imperdibile.

Il mio "Thanks of all" sussurratogli all'orecchio, dopo il concerto, è stato per me un enorme regalo. Ed in quella frase, c'era tutta la mia gratitudine.
Amo le "cose" belle, semplicemente.

Shrek – terzo capitolo


Non ho mai commentato il genere animazione, ma prevedo non poche difficoltà.
Anzitutto, non c’è un’interpretazione vera e propria ed ogni emozione che percepiamo dal grandeschermo scaturisce dalla mano di qualcun altro (o se volete, da una tastiera), dunque non si avrà mai un riscontro umano. Eppure, l’animazione targata DreamWorks ha una capacità assolutamente straordinaria, quella di stupire proprio perché la finzione è separata dalla realtà attraverso un filo sottilissimo, quasi invisibile. E nel terzo capitolo, la tecnica digitale supera ogni immaginazione.
Con la definizione di “geniale” potrei concludere la mia recensione, ma ciò non basterebbe né a me, né a voi.
I paesaggi incantati, le espressività, le movenze (anche quelle insignificanti, come l’ondeggiare dei capelli) lasciano senza fiato. Impatto visivo a parte (che ha sicuramente un’impronta maggiore, in un genere come questo), l’altro aspetto che rende questa saga immortale è la comicità. Il secondo episodio, ad essere sincera, non mi aveva convinta per nulla tanto che, l’uscita del terzo (per altro scontata), mi aveva fatto storcere il naso. Naturalmente, passione e curiosità, hanno smorzato ogni genere di disfattismo e ho affrontato l’orco, mica tanto cattivo, con entusiasmo. Ebbene, ho ritrovato lo stesso buonumore che quel faccione verde mi aveva trasmesso nel primo episodio. Battute esilaranti, personaggi a dir poco unici (dai vecchi e fedeli amici: Pinocchio, Ciucchino, Biscotto; ai nuovi ed azzeccatissimi: Mago Merlino in versione “new age”, i tre pargoli irriverenti ma tenerissimi di papà Shrek e lo sfigatissimo liceale Artù, al quale verrà data l’occasione per riscattarsi) che inavvertitamente fanno quasi ombra ai due protagonisti Shrek e Fiona, ed infine le parodie (dalle più evidenti a quelle sottili) che hanno caratterizzato ognuna delle tre puntate e che come sempre sarà divertente ricercare (per questo non ve le anticipo).
Insomma, quest’ultima (non credo) puntata ha tutte le carte in regola per stupire, divertire e distrarre e la bellezza di questa pellicola sta nel fatto che, ognuna di queste sensazioni, non ha età.
Speriamo solo che con l’evidente successo ai botteghini non esageri, inoltrandosi pericolosamente in “troppi” capitoli successivi.

Trama
Nel Regno di “Molto Molto lontano” incombono importanti novità: una su tutte è che il Re (ranocchio) Harold è oramai giunto alla morte (spassoso il momento dei suoi ultimi gracidi) e proclama Shrek come suo successore prediletto. Questi, non riuscendo a calarsi nei panni del Sovrano del Regno, decide di partire con i fedeli amici alla ricerca di Artù, un ragazzotto liceale cugino di Fiona, che potrebbe prendere il posto di Shrek nella successione. Intanto il Principe Azzurro (ed il suo nuovo esercito) torna a “Molto Molto lontano” più caparbio di prima, nel tentativo di conquistare la sovranità ed uccidere Shrek. Ma, per il buffo Orco verde, le novità non sono certo finite: Fiona, infatti, gli comunica che presto diventerà padre… come andrà a finire? E quando?

Citazioni
- Fiona "Ho detto che sono incinta!" - Shrek in evidente stato di shock "In che senso???"
- Biancaneve "Raperonzolo, fa calare le tue extension!"
- "Chi avrebbe mai pensato che un mostro come me potesse avere un tesoro così..."
- Ciuchino"Mi sono abracadabrato in una spalla di seconda categoria!!!"
- "Dopo un pò impari ad ignorare il nome che ti danno e ti fidi solo di chi sei"

Carta d'identità
Titolo originale: Shrek the third
Titolo italiano: Shrek Terzo
Data di uscita (in Italia): 31 Agosto 2007
Genere: Animazione, Avventura, Commedia
Durata: 92'
Regia: Chris Miller, Raman Hui
Da vedere: se ci si vuole distrarre un po', questo film diverte. Ma diverte per davvero. Assicuro un'ora e mezza, circa, di sane risate. Esilarante.

martedì 28 agosto 2007

L' America "malata"


Esiste una Nazione, fra tutti gli Stati del mondo, che sovrasta tutte le altre: politicamente, economicamente, culturalmente (!); vanta dei più grandi colossal cinematografici, dei migliori scrittori di thriller, dell’invenzione dell’hip hop e del rap, dei gettonatissimi inseguimenti alla tv ma soprattutto, si riempie di orgoglio, quando le ricordiamo che è l’ideatrice incontestata dei preziosissimi“McDonald's” (causa, poi, dell’ormai celeberrima, sana ed equilibrata dieta): l’amata e perfetta America!
C’è un “piccolo” problema che grava, però, sull’intoccabile orgoglio americano: l’incapacità di ammettere i propri errori. E ce ne sarebbero tanti, infiniti.
Per contro a tutte queste ricchezze materiali, infatti, il popolo americano si impoverisce dei valori morali precipitando copiosamente in situazioni paradossali. Al limite dell’assurdo.
Per fortuna c’è Michael Moore (for President) che, dopo aver affrontato i temi scottanti e delicati dell’uso delle armi in America ("Bowling a Columbine" - 2002) e della guerra contro l’Iraq scatenata da George Bush dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 ("Fahrenheit 9/11" – 2004) ed ottenuto da ogni angolo del mondo l’attenzione che desiderava (e meritava), ha spogliato gli Stati Uniti d’America dai panni smessi di intoccabile potenza mondiale, rendendola fragile nella sua realtà.
“Sicko” assomiglia molto ai documentari precedenti, ma allo stesso tempo acquista capacità diverse. Ha la stessa carica d’ironia, affronta ogni difficoltoso ostacolo con il medesimo coraggio, si appresta a dire la verità senza ritegno, seppure additerà uomini potentissimi. Per tutte queste caratteristiche, a fatica si discosta da un film comune, lo spettatore è sottoposto a continui colpi di scena, verità scottanti, colpevoli e vittime, proprio come accade in un thriller. Purtroppo però in questo caso, il grandeschermo, non rappresenta il filtro dell’invenzione. E’ “solo” una lente d’ingrandimento sulla malinconica realtà.
Perché, mentre un “certo Doubleiou Bush” confeziona buche nei verdi prati della Casa Bianca o grassoni politici se ne vanno in giro con una delle quindici (!) auto che hanno a disposizione, un uomo si ritrova incerto su quale dito mozzato salvare (se il medio o l’anulare) per evitare una spesa che ammonta a sessantamila dollari (salvando un solo dito, però, ne verserà “solo” dodicimila: una vera fortuna poter scegliere!), oppure una donna si vede negare il ricovero della propria bimba (con quaranta di febbre) poiché non assicurata con quell’ospedale, una piccola ed indifesa bambina muore perché un medico si rifiuta di curarla in quanto non contribuirà ad appesantire il suo già ricco portafoglio! Il primo tempo si snoda attraverso esempi come questi, inoltre pone in risalto la figura del medico equiparata (con legittimità) a quella di un assassino (è pazzesco, chi salva un minor numero di vite umane, ha il diritto a concorrere come dirigente dell’ospedale) o ancora pone l’attenzione sull’assicurazione sanitaria (sapete che, alcuni uomini, rinunciano alla pensione per potersi permettere una polizza sanitaria a vita? E che questa, nella maggior parte dei casi, viene poi negata?). Già sconcertante nei primi cinquanta minuti, il secondo tempo offre numerose e controverse sensazioni. Mi sono ritrovata sulla comoda poltrona rossa sentendomi in colpa di starmene con le mani in mano, nutrendo un certo disagio (io per loro) davanti a uomini che non si fanno scrupoli ad imbottirsi di “tonnellate” di calorie ogni anno ed altrettanto cinicamente dare un valore materiale anche ad una vita umana. Ma questo è scandaloso! Lo è anche il fatto che basti percorrere qualche miglia e ritrovarsi in Canada, dove un’assistenza sanitaria non ha alcun prezzo. Centinaia di miglia separano la realtà dalla vergogna. Il secondo tempo, infatti, segue Moore nei suoi viaggi in Canada e successivamente in Europa (Inghilterra e Francia) dove, almeno per quel che riguarda la sanità, la situazione è certamente differente.
Ma ciò che, davvero, mi ha toccato il cuore (è proprio questa la nuova qualità di Moore, la facilità con la quale riesce a spezzarti il cuore) sono gli ultimi minuti del film, quando prende nuovamente in mano la catastrofe dell’11 Settembre. Questa volta però evita (o per lo meno ci prova) la questione politica, narrando le storie di coloro che hanno prestato volontariato nei giorni dopo l’accaduto, uomini che non hanno esitato ad agire (gratuitamente!) cercando di restituire valore alla moralità. Persone che, a distanza di anni, presentano problemi fisici e psicologici, premiati magari in una giornata commemorativa e poi dimenticati. Moore se li prende a carico, cercando per loro la soluzione migliore. Possibile che, un regista debba risolvere certe questioni!
E mentre coloro che hanno onorato la Nazione vengono dimenticati da Dio, i criminali più pericolosi ricevono assistenza ogni giorno (vedere per credere).
Ciò che scandisce l’ultima fatica di Moore è proprio l’emotività. Ho pianto e non me ne vergogno. Ho pianto, poiché davanti a tanta crudeltà, si è impotenti. Mi sono commossa davanti all’ingiustizia e alla vergogna.
Sino a che le tv mostrano Dottori strafottenti ma santoni o giovani medici in carriera che, seppur tirocinanti, mostrano ottime qualità professionali ed etiche, la vita di milioni di americani resterà accollata alla finzione.
“Sicko” non è notevole poiché bello, non verrà certo ricordato per gli effetti speciali o come trampolino di lancio di nuovi talenti: è speciale per ciò che lascia. E per ciò che, si spera, invita a cambiare.
Personalmente mi auguro che le ferite che procurano queste immagini di realtà restino a cicatrizzare sui cuori fragili di ogni uomo, affinché la voce di un regista americano non resti inutile. Io mi schiero con lui, grande Michael!

Citazioni
- “E’ una cosa spaventosa dare un valore al proprio corpo”
- “Se nella vita esistono anni d’oro, io non li ho mai vissuti”
- Moore “Si dice che una società si giudichi come tratta le persone più deboli ma è vero anche il contrario? Di come tratta i ricchi, gli eroi…”
- Moore, riferendosi ad altre nazioni, “LORO vivono in un mondo di NOI, non di IO”

Carta d'identità
Titolo originale: Sicko
Titolo italiano: Sicko
Data di uscita (in Italia): 24 Agosto 2007
Genere: Documentario
Durata: 120'
Regia: Michael Moore
Da vedere: assolutamente! E' sempre importante scoprire in che (sconcertante) realtà viviamo. Ed anche se, a dividerci dall'America, c'è l'Oceano Pacifico non significa che non ci riguarda da vicino. Siamo cittadini del mondo, ed il mondo appartiene a tutti noi. Saggio e fondamentale.

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