sabato 25 ottobre 2008

Volare restando immobili


Che il pianoforte di Paul Cantelon (in “Theme For The Diving Bell And The Butterfly”) accompagni le vostre lacrime dolcemente e senza vergogna, come armoniosamente conduce la straziante uscita di scena di Jean-Do.

"Per capire il dolore non è necessario viverlo. […]
Fu la prima volta, quella, in cui iniziai a guardare gli essere umani dal basso […]
Continuai a vedere i volti delle persone come fantasmi. Dal basso. Dal lettino. Poi dal letto. Fu lì che cominciai a contemplare il mondo dall’inferno. Ti sembra di aver sempre visto gli altri stare lassù in alto… vorresti alzarti, metterti alla loro altezza, nella posizione abbandonata solo poche ore prima. E prendi coscienza che non sarà mai più così […]
Non puoi morire, né tornare indietro” – Ramon Sampedro -

Dal libro “Mare Dentro - Lettere dall'inferno”

Immediatamente dopo la visione ho tentato di raggiungere gli amici, in un locale vicino. Appena varcata la soglia, cortesemente, ho salutato e me ne sono andata. Fuggita dalle chiacchiere rumorose, dalla musica assordante e soprattutto da persone che (in quell’istante) non si portavano appresso lo stesso turbamento interiore che divorava me. Non era lì il mio posto.

Torno a ribadire quanto ogni film non assomigli a nessun altro: come qualunque figura possiede la sua ombra, anche ciascuna pellicola suscita sensazioni differenti. Tuttavia, malgrado non volessi pensare a quel capolavoro che è “Mare Dentro”, lui si è “seduto” accanto a me in modo spontaneo, come vicino mi è ogni giorno. E’ stato normale, pertanto, assaporare similitudini.
Nel film di Alejandro Amenábar, si analizzano i due estremi, ovvero la vita prima e la morte poi, portando all’attenzione del pubblico l’idea di eutanasia. In questa pellicola, invece, si sviscera quel concetto che sta sospeso fra i due, che è la sopravvivenza. Il desiderio di porre fine a quell’inferno, tocca il protagonista una volta soltanto. Eppure, il vento della morte aleggia implacabilmente su ogni cosa.
Il film di Julian Schnabel, racconta di un uomo coraggioso che, nel fervore della bella età, accusa un malore: dopo tre settimane di coma, si risveglia completamente immobile, privato dell’uso della parola, intrappolato in un corpo che non risponde più ai comandi primari e soprattutto chiuso dietro a quel vetro di silenzio impossibile da infrangere. Quando si è spettatori di una realtà inaccettabile, crudele e straziante (che non è una sofferenza sentimentale, una delusione affettiva ma qualcosa di inesorabile che lentamente esclude dal comune vivere e consuma nella monotonia di una prigione clinica) il circondario diviene fittizio, personalmente mi sono sentita opprimere dai problemi che mi affliggono giornalmente, in quanto deboli rispetto a quello di cui ero testimone.
Non soltanto la vicenda considerata in valore assoluto, ma la scelta di viverla dall’occhio (quello sinistro, il solo a rispondere ai comandi. L’unica porta che lo tiene aggrappato alla realtà) del protagonista (interpretato da uno magistrale Mathieu Amalric) dunque in maniera quasi totalmente soggettiva, sconvolge disturba angoscia. Forse, la scelta è anche dettata dalla sensibilità del regista nei confronti di quel volto sfigurato dalla malattia: la prima volta, lo vediamo attraverso un vetro opaco del corridoio dell’ospedale, Schnabel ci prepara senza fretta a quel viso di dolore.
E’ la storia, la tecnica, la cronologia dei fatti a rendere infallibile questo film, che poteva risultare invadente o ripetitivo se paragonato all’opera d'arte che è “Mare Dentro”: contrariamente a quanto scritto, si è spettatori di un’intensità differente, che serra la gola, scuote, strappa il cuore in modo diverso.
Vi sono alcuni istanti, nel film, in cui sentivo forte il desiderio di urlare al mondo intero la sofferenza silenziosa del protagonista, affinché non restasse quel grido muto e inascoltato; perché era doloroso stare seduta lì mentre un occhio (il destro) veniva ricucito e dunque escluso dal resto del mondo, perché era straziante ascoltare le lacrime di un Padre impossibilitato ad abbandonare le mura domestiche in quanto infermo, a non poter correre incontro ad un figlio malato, non essere in grado di dare a lui braccia forti su cui sorreggersi. Immagini indelebili per una sensibilità come la mia. Che restano vive (e della quali ne sento il bisogno tutt’ora) nella mia memoria e che fanno di questo film una bellezza rara.

E’ la storia di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista francese “Elle”, trascinato nel fondale dell’inferno dal suo scafandro. Una corazza ingombrante, troppo pesante da sostenere, troppo fragile per poter ribellarsi al fato. Laggiù, dove nessun raggio di speranza è in grado di arrivare, dove non può giungervi alcun essere umano, dove il buio attraversa l’anima, ha preso vita una farfalla e, nel suo volo leggero, ha combattuto la corrente sino a librarsi nel cielo.

Questo film mi ha sconvolta, mi ha spinta a cercare silenzio, a immunizzare la mia anima da qualunque virus quotidiano: il caos, la superficialità, le chiacchiere inutili, la prepotenza gratuita, l’opportunismo; è come se la notte non fosse passata ed io fossi ancora là, su quella poltrona a fissare i titoli di coda scorrermi davanti ed a sentirmi povera dentro.

Questa pellicola nasce per donare speranza, per ricordare a chiunque quel battito d’ali di farfalla, che noi tutti semplicemente chiamiamo libertà (in questo caso, si tratta di immaginazione. La libertà di sentirsi in mezzo al mare con la donna amata, di fare l’amore fra le onde o di accarezzare i capelli del proprio figlio. Sognare è la libertà più vera). Conoscerla. Acquistarla. E soprattutto amarla follemente.
E “Ramshackle Day Parade”, che coincide con il riaccendersi di luce e realtà, soffoca. Viene voglia di esserci. Tutto qui.

Post Scriptum: ci si sente sempre in debito con questo genere di film. Sembra che non si dica mai abbastanza.

Citazioni
- Jean-Dominique Bauby (Mathieu Amalric) "Ho appena scoperto che a parte il mio occhio ho altre due cose che non sono paralizzate: la mia immaginazione e la mia memoria"
- Jean-Do "Ero cieco e sordo, non mi serviva necessariamente la luce dell'infermità per vedere la mia vera natura"

Carta d'identità
Titolo originale: Le scaphandre et le papillon
Titolo italiano: Lo scafandro e la farfalla
Data di uscita (in Italia): Cannes 2007 - 15 Febbraio 2008 - Nominations Oscar 2008
Genere: Drammatico
Durata: 112'
Regia: Julian Schnabel
Cast: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Hiam Abbass, Niels Arestrup, Fiorella Campanella, Jean-Pierre Cassel, Emma de Caunes, Max von Sydow
Da vedere: guardatelo, guardatelo, guardatelo. E’ imperativo, tassativo, categorico. Quanto sa donare il cinema (per questo lo amo così tanto).

3 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

il più bel film della stagione 2007. sono d'accordo con quello che scrivi, chiara.

Anonimo ha detto...

Straordinario film e straordinario post.
Ale55andra

Chiara ha detto...

Grazie MARIO, io continuo a pensarci. Mi ha lasciato dentro molto.
ALE sempre gentile. Ho anche la colonna sonora che, nonostante il tempo passato, continua a commuovermi.

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