sabato 11 aprile 2009

Il bambino che sapeva volare


L’agrodolce favola del piccolo Bruno (Asa Butterfield) riempie il cuore di sofferenze taciute e gli occhi di lacrime tormentate. L’urlo di una madre che ha la consapevolezza di aver perso tutto e il silenzio di un padre rigido che, con il potere, ha scavato la propria rovina. Gli ultimi istanti sono un tumulto di sensazioni, si viene inghiottiti da una catastrofe che inarrestabile si delinea davanti agli occhi: inaccettabile, intensa, ineluttabile.
E pensare che, sino a quel momento, gli occhi di Bruno erano divenuti i nostri, la sua ingenuità la nostra speranza, le sue corse nel bosco prendevano fiato nelle nostre attese. “Il bambino con il pigiama a righe”, tratto dall’omonimo romanzo di John Boyne, è una favola che si compie a piccoli passi, nel quale Mark Herman prende per mano lo spettatore in modo delicato, rispettoso e con il dovuto riserbo come farebbe un bambino di fronte ad un adulto sconosciuto.
La bellezza di questo film è nascosta nella sua adattabilità ovvero pur facendo prevalere l’innocenza e la spensieratezza di un bambino non dimentica l’arroganza e l’ipocrisia dell’adulto. Di fronte alla tragedia si ha un prisma di punti di vista che offrono al film sfaccettature differenti a seconda dell’età dello spettatore. Questa realtà si compensa con le incertezze degli interpreti, i cui ruoli molto spesso perdono la consistenza e si sfiorano sino a fondersi: una sorella che scava nel mondo degli adulti sino a sentirsi parte di esso, una madre che ignora la realtà dei fatti anche quando questi si presentano come ovvi.
Il piccolo Bruno resta l’eroe su cui far fede: i suoi grandi occhi azzurri cercano avventure, la sua sincera curiosità viaggia insieme alla fantasia e quando anche le sue gambe inseguono la sua immaginazione si ha la sensazione di aver valicato la barriera della certezza, tutto quel che si vivrà al di là di quel bosco ha il respiro del dolore.
Subentra così il piccolo Shmuel (Jack Scanlon) e con il suo personaggio pare prendano vita barriere dapprima invisibili; la prima è chiaramente quella tangibile rete metallica che separa le due realtà, ma non il desiderio di restare bambini nonostante tutto. Bruno, abbigliato in modo impeccabile, sempre carico di doni per il suo nuovo amico, comprende quotidianamente realtà nuove. Shmuel, dal canto suo, indossa il solito “pigiama”, ha il viso sporco e i denti da troppo tempo trascurati, da quest’incontro ne ricava cibo e parole, allontanando una solitudine che a quell’età non dovrebbe esistere. Ma le barriere esistono anche nei rapporti umani, di adulti che non accettano le realtà dell’altro, di crudeltà ingiustificate, di sguardi che non hanno il coraggio di sconfinare nei sogni.
A conclusione di questa favola amara il dolore, determinato dal senso di perdita, sarà così grande quasi da cancellare la scena a mio avviso più intensa del film, che trasmette quella commozione inaspettata che serra la gola: il dialogo fra Bruno e Pavel (David Hayman), il prigioniero ebreo che lavora in casa. In quel viso scavato e pallido, in quella voce flebile e negli occhi arrossati di chi merita un futuro adeguato, leggiamo una storia di crudeltà umana che non possiamo dimenticare.
Ed il silenzio prolungato prima di quel “Grazie” insperato sussurrato dalla signora Elsa (Vera Farmiga) al medico Pavel (perché è quella la professione di cui è degno), lo ritroviamo verso la fine della vicenda, quando in un trambusto di suoni ed immagini la porta del forno si chiude lasciandosi alle spalle migliaia di vittime innocenti. Solo un silenzio meditativo può accompagnare con dignità l’intensità di questi fotogrammi.
L’agonia che silenziosamente si farà largo in sala, non risanerà mai il debito di crudeltà umana che abbiamo con la storia.
I bambini passano notti insonni quando li attende un grande giorno. Aprono le braccia e fingono di saper volare. E, al di là dei sogni, vi sono ancora sogni. Ma questa è realtà.
Trama
Berlino, anni Quaranta. Quando l’ufficiale Ralf (David Thewlis) viene promosso ad alti incarichi, la sua famiglia viene costretta a trasferirsi in campagna. Il piccolo Bruno (Asa Butterfield) è infelice nella nuova dimora, si annoia quotidianamente e si sente molto solo. Questa condizione cambia in modo repentino quando, al di là del bosco, scorge una strana “fattoria” nel quale i “contadini” indossano un insolito pigiama e dalle ciminiere si alza un olezzo insopportabile. La curiosità e l’ingenuità guideranno Bruno verso una realtà a lui sconosciuta nel quale il piccolo Shmuel è costretto a vivere: fra i due nascerà una solida amicizia, dove ai due verrà restituita quella felicità che gli adulti abbandonano nel tempo.
Citazioni
- - Bruno (Asa Butterfield) "Te lo avevo detto che sono strani" - Elsa (Vera Farmiga) "Chi?" - "I contadini no, vanno in giro in pigiama"
- "L'amicizia può unire quello che le barriere dividono"
- Shmuel (Jack Scanlon) "Noi non doremo essere amici , dovremo essere nemici"
- Bruno "Ma non è un nome Shmuel, nessuno si chiama così"
- Bruno "Mio padre è un soldato, ma non di quelli che rubano i vestiti alle persone"
- Il nonno (Richard Johnson) "Il lavoro che tuo padre fa qui rimarrà nella storia"
- Bruno "Potresti venire in vacanza da me a Berlino quando tutti andranno di nuovo d 'accordo"
- Bruno "Non ti preoccupare,ci faranno aspettare quì fino a quando non smette di piovere"
Carta d'identità
Titolo originale: The Boy in the Striped Pyjamas
Titolo italiano: Il bambino con il pigiama a righe
Data di uscita (in Italia): 19 Dicembre 2008
Genere: Drammatico
Durata: 100'
Regia: Mark Herman
Cast: David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend, Iván Verebély, Richard Johnson, Sheila Hancock, Jim Norton, David Heyman, Asa Butterfield
Da vedere: Per piangere quelle lacrime taciute e reali. Di una crudeltà tangibile, che provoca dolore, che lo si porta appresso come un debito mai saldato. Toccante.

1 commento:

Smilla* ha detto...

volev andare al cinema a vederlo ma nessuno è voluto venire con me ç_ç deve essere davvero bello e commuovente..
e bella analisi!!

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