martedì 30 dicembre 2008

Amori… e cani


Storie di “Amori e cani” (ma anche “Amori bastardi”). Tre frammenti di vita vissuta che fatalmente si uniranno andando a comporre un quadro aspro e drammatico attraverso il caratteristico filone narrativo a cui Iñárritu ci ha abituati. Tre storie singolarmente dolorose che sfociano in unico dramma, raccontate con una ritmicità incalzante e con il soffio della morte che aleggia incessantemente su ogni vita. Il film ha una durata di circa due ore e mezza ma non passa istante in cui risulti lento o ripetitivo, sin dalle prime battute l’adrenalina raggiunge livelli altissimi e veniamo divorati dalla curiosità che nasce dalle continue apparizioni di personaggi estranei ed enigmatici.
Il comune evento drammatico viene vissuto dalle tre angolazioni differenti, ma in modo lento, passando prima attraverso una rivisitazione dei personaggi coinvolti. Questa tecnica sopraffina (a mio avviso, utilizzata in modo impeccabile soltanto da questo giovane regista), una volta appreso il meccanismo, non diventa prevedibile a tal punto da inciampare nel banale e, nonostante sia ripetuta nei tre lavori del regista, ne diventa la chiave ma mai l’ossessione. E’ il risultato di un dosaggio perfetto di elementi importanti come l’imprevedibilità, la leggerezza e la tragicità.
Amores Perros” è il primo capitolo dei tre splendidi lavori del regista messicano (“21 Grammi” e “Babel” i successivi) eppure non si avverte nessuna inflessione acerba e non si respirano toni di superbia: la straordinarietà sta nel saper strutturare un’opera così complessa mantenendo un gusto genuino.
Questa pellicola nasce dall’idea di unire ed espandere tre degli undici cortometraggi (girati in collaborazione con Guillermo Arriaga) realizzati per denunciare le contraddizioni di Città del Messico. Correndo sul delicato filo che unisce la vita alla morte (tematica riproposta nelle opere successive), questa pellicola, si districa nelle diverse classi sociali incentrandosi sul delicato e profondo rapporto fra l’uomo e il proprio cane. Una decisione originale, ma per questo impeccabile e sarà proprio il continuo rapportarsi dell’uomo all’animale a dare alla storia un’impronta dolorosa: il cane come possibile fonte di guadagno, come unica sorgente di calore, come rimedio alla solitudine e agli errori del passato.
Il dissolversi di un sogno, la fine di un’effimera realtà e l’illusione di un’esistenza nuova. Tre vite così diverse, unite dal sentimento del dolore e da un unico, violentissimo, impatto. Il tempo scorre, scavando nelle anime di ogni protagonista e non lascia scampo. Non lascia, soprattutto, alcun appiglio su cui aggrappare speranze.
Ogni perdita è immutabile ed è l’unica certezza.
Trama
Octavio (Gael García Bernal) desidera scappare con la cognata Susana (Vanessa Bauche): vuole lasciare alle spalle un fratello violento e una vita troppo stretta. Il cane Cofi diviene un aiuto per guadagnare qualche spicciolo e realizzare quel progetto.
Daniel (Álvaro Guerrero) abbandona moglie e figli per trasferirsi nella nuova casa comprata per la nuova compagna (la fotomodella Valeria - Goya Toledo) ed il suo amato cane.
El Chivo (Emilio Echevarría), un ex guerrigliero comunista e attuale sicario, vive in una baracca insieme ai suoi cani. Dopo l’ennesimo “lavoretto”, prende in mano la sua vita e quello che vi trova è un’amara delusione.
Tre storie differenti che improvvisamente si trovano a condividere un ineluttabile destino.
Citazioni
- "Il mondo è fatto a scale. C'è chi scende e chi l a prende in c..."
- Susana (Vanessa Bauche) "Tu sei matto su tutte le ruote"
- "Se vuoi far ridere il buon Dio, raccontagli i tuoi progetti"
- El Chivo (Emilio Echevarría) "Non gridare, non costringermi a farti stare zitto per sempre"
- El Chivo "Sono un fantasma che si ostina a vivere"
- Questa dedica, appare prima dei titoli di coda e la trovo bellissima "A Luciano, perchè siamo anche ciò che abbiamo perso"
Carta d'identità
Titolo originale: Amores Perros
Titolo italiano: Amores Perros
Data di uscita (in Italia): 23 Febbraio 2001
Genere: Thriller, Drammatico
Durata: 147'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Cast: Emilio Echevarría, Gaël García Bernal, Goya Toledo, Álvaro Guerrero, Adriana Barraza, Vanessa Bauche, Jorge Salinas.
Da vedere: per chi ama il regista è l’ennesima (e prima) prova della sua bravura. Per chi ancora non lo conosce, è venuto il momento delle presentazioni. Palpitante.

domenica 28 dicembre 2008

Pensiero di fine Anno...

Radio, tivù, riviste… siamo letteralmente bombardati da oroscopi e previsioni finanziarie, politiche e meteorologiche. E mentre “Studio Aperto” elegge il personaggio dell’anno (a colpi di violino strappalacrime e gloriose fanfare), Paolo Fox anticipa l’oroscopo segno per segno su Radio Deejey.
E mentre il Cancro si preoccupa di conservare la sensibilità e stabilire un legame col passato, Valentino Rossi ha la meglio su Barack Obama. E intanto che gli “ottimisti” prevedono una “crisi reale” caratterizzata da licenziamenti e minori introiti dovuti al calo di investimenti, “qualcuno” promette un taglio delle tasse ed una riforma giudiziaria (lo stesso che ha “miracolosamente” fatto sparire tonnellate di rifiuti... semplicemente dislocandole).
Riflettendo su questo cataclisma, ho pensato ad un “inventario cinematografico” che unisse tutte le emozioni vissute in questo anno “bislacco”. Perché sono quelle a rimanere sulla pelle, anno dopo anno.
“La vecchiaia è un posto dove vivi di ricordi belli. Per questo, quando sei giovane, vivi creandotene di belli”

ANNO 2008... The Winner Is… (non tutti i menzionati appartengono a questo anno, ma personalmente è come se lo fossero, avendoli scoperti tardi)

MIGLIOR FILM: “Non è un Paese per vecchi”

MIGLIOR ATTORE: Javier Bardem

MIGLIOR ATTRICE: Frances McDormand

MIGLIOR REGISTA: Sean Penn (un’incantevole sorpresa)

SCOPERTA: i fratelli Coen (di cui prima ne ignoravo la genialità)

MIGLIOR DVD: “Mare Dentro” (visto e rivisto e ancora rivedrò)

LA COLONNA SONORA DI CUI NON SO FARE A MENO: “Into The Wild” - Eddie Vedder

LA CANZONE: due a pari merito: “Harvest Moon” - Neil Young (in “Lontano da lei”)
“Ramshackle Day Parade” - Joe Strummer and The Mescaleros (in “Lo scafandro e la farfalla”)

Infine, la sorpresa più bella siete Voi, con quasi 1500 visite in tre mesi circa. Il contatore (inserito tardivamente per pigrizia ma, ad essere sincera, principalmente per timore) si è inaspettatamente rivelato un’arma a doppio taglio atta a sostenermi quotidianamente e seppur disponga di un conteggio approssimativo, mi ha permesso di avere un quadro generale sull’attenzione che ricevo. E ringrazio, come sempre, tutti Voi per la stima e la fedeltà dimostratemi.
Nella speranza che questo scambio non abbia mai fine e che io sia in grado di mantenere questa creatività, auguro a tutti Voi un buon inizio. Poiché della fine, sinceramente, non ce ne facciamo nulla. Il passo più importante è il primo.

giovedì 18 dicembre 2008

Lola corre da sola


Questa pellicola mi è stata suggerita da un amico. Provo gratitudine quando ricevo consigli, ancora di più quando questi si rivelano riusciti. Mi pare, dunque, doveroso ringraziarlo dell’intuizione, sollecitando Voi ad aprirmi gli occhi verso qualunque orizzonte cinematografico. Solo così, la passione diviene ricchezza.

Non finiremo mai di esplorare
e dopo tanto esplorare
saremo di nuovo al punto di partenza
e conosceremo finalmente il posto per la prima volta.
T. S. Eliot

L’originalità si fiuta immediatamente. Dopo l’aforisma sopracitato hanno inizio i titoli di testa, dove ogni interprete viene presentato per mezzo di foto segnaletiche, come se ognuno di loro avesse effettivamente qualcosa da espiare. E chissà che non sia proprio così.
Lola (Franka Potente) ha subìto il furto del motorino, per questo non ha potuto raggiungere Manni (Moritz Bleibtreu) il suo fidanzato che, nel frattempo, si è messo in guai seri. Ma se lei fosse arrivata in tempo? O, in alternativa, se lui non avesse preso la metropolitana?
Spesso, nel quotidiano, capita di guardarsi alle spalle come se servisse per scorgere l’altra strada che non abbiamo preferito. Come se avessimo scelta. Come se si potesse rivivere tutto daccapo.
Tom Tykwer lo rende possibile scegliendo una linea di fondo (Lola corre per le vie di Berlino, in cerca del padre e poi del fidanzato) ma, mantenendo le medesime linee guida (gli stessi passanti, l’uguale tempistica, l’identico percorso), modificandone gli effetti. Il film, dunque, ripercorre coraggiosamente tre volte la stessa scena, con altrettante conclusioni differenti. La destrezza sta nello spostare il fulcro della trama non solo verso i due protagonisti (come di consueto) ma ponendo l’attenzione anche in direzione i passanti sottolineando come, ogni scelta definitiva, possa divenire fatale persino per chi si sfiora appena. Una scelta ingegnosa quella del regista che, nonostante si arrischi quanto basta in una trama di per sé ripetitiva, non rinuncia alla creatività preferendo una tecnica di ripresa multipla e dinamica con l’accostamento continuo di generi: dal videoclip, al cartone animato. Un film giovane e adrenalinico, con una colonna sonora energica ed incalzante (quasi all’esasperazione) che si cuce perfettamente alla lotta contro il tempo a cui la protagonista va incontro.
Il triplice effetto sorpresa è assicurato, sommato a quello (già citato) per effetto dello stile narrativo. Un film audace, che si affaccia sul concetto sottile di casualità, dove ciascuna azione (apparentemente insignificante) avrà conseguenze devastanti e dove ogni estraneo, suo malgrado, sarà invece protagonista assoluto.
Una pellicola raccontata con timide incertezze ed un’indiscutibile abilità. Così veritiera da riuscire a farlo vivere quasi in prima persona. E non stupitevi se, al termine della visione, avrete un po’ di fiatone.
Trama
Lola (Franka Potente), ha un problema. E se non vi troverà soluzione il suo ragazzo (Manni - Moritz Bleibtreu) potrebbe venire ucciso. In venti minuti dovrà infatti recuperare centomila marchi. Inizia così una vera e propria corsa contro il tempo che verrà rivissuta attraverso finali differenti ma una sola certezza: continuare a correre.
Citazioni
- "Una risposta genera una nuova domanda e la risposta successiva genera di nuovo un'altra domanda e così via. Ma in fondo non è sempre la stessa domanda? E non è sempre la stessa risposta?"
- Padre di Lola (Herbert Knaup) "Ma che giornata è oggi?"
- Camionista che, di fronte all'attraversamento improvviso di Lola, frena bruscamente "Ehi, macchè ti sei stufata di vivere?"
Carta d'identità
Titolo originale: Lola rennt
Titolo italiano: Lola corre
Data di uscita (in Italia): 02 Ottobre 1998
Genere: Drammatico
Durata: 81'
Regia: Tom Tykwer
Cast: Franka Potente, Moritz Bleibtreu, Herbert Knaup, Armin Rohde, Joachim Król, Ludger Pistor
Da vedere: se avete da liberare un po’ di stress, funziona. Vivace. Vivacissimo.

domenica 14 dicembre 2008

Scorrerà sangue


Polvere, fatica e solitudine. La ricchezza nasce dai sacrifici, si guadagna con i propri mezzi e si conserva attraverso il potere conquistato. I primi (abbondanti) minuti sono interamente dedicati al lavoro duro e solitario di Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis), dapprima cercatore d’argento e divenuto poi il più famelico cercatore di petrolio della California. Gli unici suoni concessi allo spettatore in questo frangente, sono il contatto fra piccone e roccia, le sofferenze di fatica di Daniel sino ad arrivare alla scoperta di quel frammento di pietra che insieme significa prosperità e cambiamento. Dopo la morte di un operaio, Daniel (probabilmente addolorato dall’ultimo senso di colpa della sua vita) si vede costretto ad adottare il bambino orfano che si rivelerà utile per le sue conquiste terriere. Da questo istante ha inizio un’incessante scalata verso una meta senza più ritorno, nel quale lo stesso protagonista sarà inghiottito dal puro materialismo senza comprendere che quella smaniosa crudeltà divorerà la sua vita.
Il fascino di questa trama sta in realtà nelle pieghe che si vengono a creare. Il protagonista viene delineato non solo attraverso il suo percorso economico ma anche (e soprattutto) nei rapporti umani. Mentre la sua ricchezza si consolida, la fiducia verso gli altri si indebolisce sino a divenire collera e, infine, abbandono. In un raro momento di confidenza, Daniel racconta come la sua vita sia fatta di solitudine e scetticismo e come tanta agiatezza non serva a renderlo un uomo felice. Il rapporto ambiguo fra padre e “figlio” (H.W. - Dillon Freasier) vivacizza la storia e in un certo senso la umanizza. I loro distacchi e poi ritorni, orientano la vicenda verso un tono sentimentale di cui, sinceramente, se ne sente il bisogno.
Anche il popolo, in un primo momento sostenitore (illuso da speranza di ricchezza) e poi vittima (tradito da tanta avidità), diviene una voce incessante che non si può mettere a tacere: subentra così un personaggio originale ( pare appena uscito da una sceneggiatura dei fratelli Coen): è Eli (interpretato da Paul Dano) il predicatore della Chiesa comunale, un invasato propagatore destinato a mettersi nei guai, lo respiriamo nell’aria in ogni sua comparsa. La sua entrata in scena riscalda gli animi di tensione e provvede ad accelerare un ritmica fin lì piuttosto lenta.
La fotografia diretta da Robert Elswit (gli vale l’Oscar) è perfetta: ricrea un paesaggio brulicante di ricchezza eppure tanto arido, i colori riflettono gli stati d’animo e i contrasti sono utili a fortificare i sensi. Altra nota irrinunciabile è la colonna sonora composta da Jonny Greenwood: altro non è che la voce mancante, l’anello che sostiene il peso della ritmicità; lenta, soave ed infine incalzante.
Merita un’ovazione personale Daniel Day-Lewis il cui personaggio rispecchia la virilità e il fascino del film stesso, l’occhio di Paul Thomas Anderson non lo abbandona mai, al centro della scena ci sono i suoi lineamenti marcati, la sua espressività e un vigore indiscutibile che gli avvale l’Oscar come miglior attore protagonista.
Frangenti come il momento dell’esplosione (a proposito di stile: la tonalità accesa dell’incendio, in contrasto con il cielo all’imbrunire ed in primo piano l’ombra del protagonista è eccezionale) e il dialogo (l’ultimo) fra padre e "figlio" donano a questa pellicola un senso profondo che la lentezza del primo tempo non lasciava trapelare.
La stilistica narrativa (piove oro nero, non rane – “Magnolia”) è straordinaria, una cadenza inizialmente fiacca, esplode (verso metà del secondo tempo) e non lascia scampo. Un finale che potrebbe apparire eccessivo, conserva in realtà la bellezza della sorpresa. Una conclusione ambiziosa, proprio come questa pellicola.
Trama
Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis), è un cercatore d’oro. Durante una delle sue esplorazioni, trova un frammento di roccia il cui interno cela una ricchezza a lui dapprima sconosciuta. Da quest’istante, l’oro nero diverrà la sua ragione di vita. Insieme al figlio adottato H.W. (Dillon Freasier) parte per la conquista della California. Ma sarà una scalata al potere, tutt’altro che semplice. E conquistando la ricchezza perderà la sua parte umana.
Citazioni
- "Lei stia lì seduto e io la farò ricco"
- "E poi che ci faccio di me stesso"
Carta d'identità
Titolo originale: There will be blood
Titolo italiano: Il petroliere
Data di uscita (in Italia): 15 Febbraio 2008 - 2 Premi Oscar 2008 (su 8 nomination): miglior attore protagonista (Daniel Day-Lewis), miglior fotografia
Genere: Drammatico
Durata: 159'
Regia: Paul Thomas Anderson
Cast: Daniel Day-Lewis, Barry Del Sherman, Russell Harvard, Paul F. Tompkins, Kevin Breznahan, Jim Meskimen, Paul Dano, Kevin O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier,
Da vedere: il regista ha una tecnica personale di raccontare il cinema. Una partenza lenta illude di una trama lineare, negli ultimi istanti quelle che parevano certezze crollano in un attimo. Scenografico.

mercoledì 10 dicembre 2008

Il coraggio di una madre


Solo al termine di “Million Dollar Baby” avevo respirato la stessa vaga atmosfera. Un silenzio inviolabile che fende l’aria e riempie la bocca di un gusto amaro; nessuno ha il coraggio di interrompere questa sacralità, con quella sensazione di angoscia ancora viva e che serra la gola. Rabbia, dolore e timida speranza. Quante emozioni in un fazzoletto di qualche ora.
La pellicola ha inizio con un colore incerto illudendoci di un opaco bianco e nero, ma quando il rosso acceso delle (splendide) labbra di Angelina Jolie irradia la scena (in perfetto contrasto con il viso pallido) comprendiamo che l’effetto è legato all’epoca a cui si riferisce la storia. All’America degli anni venti, quella spietata, moralista e fermamente corrotta. Nulla lasciato al caso, dunque, ma di questo non avevamo dubbi.
Le riprese ravvicinate (moltissimi primi piani) rafforzano l’empatia che si viene a creare come filo conduttore fra il pubblico e i personaggi e che si fortifica grazie alla bravura di un cast selezionato con minuziosità: una su tutti è proprio lei, Angelina Jolie che non solo diffonde bellezza e sensualità, ma anche (e soprattutto) quel senso materno (che colleghiamo, probabilmente, alla vita privata) insito in ogni donna, con un’ammaliante espressività che non le avevo mai riconosciuto. In alcune situazioni la scelta di un’attrice di questo calibro pare peccare di egocentrismo: la sua ammiccante femminilità, ornata dal trucco e dall’eleganza, non si armonizza con le mura fredde e invalicabili di un manicomio. Incongruenza immediatamente lasciata alle spalle, quando il suo grido disperato di madre tormentata dal dolore, chiede verità.
Clint Eastwood, è maestoso nel ricreare atmosfere di rara bellezza, pur toccando situazioni di crudele drammaticità. Stavolta, però, ho avuto l’impressione di venire inghiottita (così tanto, da non accorgermi della lungaggine alla quale andavo incontro) da un vortice di pathos senza freni. In sostanza, se nei lavori precedenti ci si sentiva schiacciati dall’evolversi dei fatti, in questa occasione l’impotenza è ancora più grande: il dramma coinvolge piccoli innocenti e viene raccontato senza particolari filtri.
La sensazione è quella di aver sfiorato un quasi capolavoro. Alla ricerca forse di un finale definitivo (e gradevole, dopo tanto dolore) che tarda ad arrivare e si spegne in una timida speranza ma che mantiene, comunque, l’identità di un film imperdibile.
Ricordate di portarvi appresso uno stomaco di ferro.
Trama
Los Angeles, 1928. Christine Collins (Angelina Jolie) è madre del piccolo Walter e lavora come responsabile in una società telefonica. In un giorno come tanti, al rientro dal lavoro trova la casa vuota e il piccolo misteriosamente scomparso. Dopo cinque mesi, la polizia le riconsegna un bambino che corrisponde alla descrizione del piccolo Walter. La madre è però convinta che non sia suo figlio e, con un coraggio invidiabile, lotta per scoprire la verità. Sostenuta dal Padre di una Chiesa presbiteriana (John Malkovich) e da un onesto poliziotto (Michael Kelly), Christine adempie al suo dovere di madre, a costo di mettere a repentaglio la sua stessa vita.
Citazioni
- "Non bisogna mai iniziare una battaglia. Ma se si comincia bisogna andare fino in fondo"
Carta d'identità
Titolo originale: Changeling
Titolo italiano: Changeling
Data di uscita (in Italia): Cannes 2008 - 14 Novembre 2008
Genere: Drammatico
Durata: 140'
Regia: Clint Eastwood
Cast: Angelina Jolie, John Malkovich, Riki Lindhome, Amy Ryan, Colm Feore, Devon Gearhart, Jeffrey Donovan, Kelly Lynn Warren, Devon Conti
Da vedere: perché non lascia scampo e resterà eterno. Un mezzo capolavoro. Commuovente.

lunedì 8 dicembre 2008

AsSENZA


Antepongo, per correttezza e precisione, questo editto che sarà utile a me stessa per affrontare questa analisi e a Voi per fare luce su questa realizzazione che non necessita di essere catalogata ma esige semplicemente la parte più umile di Voi stessi.
Anzitutto eviterò, per quanto possibile, di chiuderlo nella morsa di in genere. Ne verrebbe soffocato il senso. Da spettatrice fedele, quale mi sento di essere, prima di visionarlo ne sentivo l’urgenza. Ad opera conclusa, il bisogno era un altro.
In secondo luogo, cercherò con tutte le mie forze di filtrare il sentimento che mi lega a questo progetto, sviscerando ogni emozione escludendo la sfera affettiva.
Ricordo, tuttavia, che siamo fatti di sangue, cuore ed emozioni. E se il corpo mente, l’anima mai.

L’assenza è privazione di/da qualcosa. E’ silenzio, sofferenza e perdita. Inevitabilmente fa pensare ad un dolore incontrastabile. Pur riferendosi ad un concetto astratto, l’assenza è tangibile. Stravolge, disarma e rende umani.
Senza” è un viaggio di parole, in cui ciascun artista interpreta se stesso. Un’opera cinematografica di libertà assoluta, dove l’attore non indossa la fittizia maschera di un copione e lo spettatore annusa aria di sincerità; chi si trova davanti alla telecamera non prevede di inciampare nei fili invisibili di un burattinaio piuttosto in quelli delle proprie ombre.
Questo lavoro è privo di colori, ma carico di veridicità, paura e ricordo. E’ un cammino in salita, tutt’altro che semplice. Ma realizzato con umiltà, attraverso il potere incontrastabile del sentimento. Le sfumature di grigio, in tanto bianco e nero, ricordano che il dolore (come la vita) non va vissuto per mezzo di sentimenti nitidi alla ricerca di una solida certezza, ma attraverso gradazioni emotive profonde, un percorso intimo come personale risulterà questa visione.
Ogni spettatore verrà catturato da una sofferenza differente, frutto della propria esperienza e della sensibilità individuale. Ciascuno trasportato dall’impeto di pensieri e dolori, così intensamente da riuscire a portarsi appresso la fatica di una visione non facile.
Alla passione di Sabrina (Paravicini – molti la ricorderanno per Jessica, l’infermiera di “Un medico in famiglia”) si unisce la giovane energia di Matteo (il fratello della regista): nasce così “Senza”, una cronistoria sobria e spontanea interpretata da personaggi più o meno noti, che si mettono “a nudo” di fronte alla tematica della perdita. Dal punto di vista filosofico (incantatore Philippe Leroy), quello spirituale, geografico, sentimentale.
Gli attori vengono volutamente lasciati liberi di muoversi e di esprimersi e così ci accorgiamo come i gesti e le sensazioni si prendano per mano. E come i volti, per la maggior parte lasciati liberi dal trucco, diventino espressivi nell’immediato. E’ un gioco semplice, ma che generalmente nel mondo del cinema, viene a mancare.
Ogni uomo, nella vita, ha perso qualcosa o qualcuno. Per questo, la pellicola, raggiunge lo spettatore come un’emozione travolgente e vissuta. Nonostante non vi sia immediatezza e sebbene il concetto sia tutt’altro che digeribile.

“Assenza” è una parola il cui suono riempie la bocca, un urlo sordo che vorremmo far tacere. Questo lavoro ha avuto il coraggio di dar voce a questo “vuoto” e se tanto è difficile affrontarlo, a realtà ritrovata e sipario calato, sarà più semplice sentirsi vicini agli altri.

Carta d'identità
Lungometraggio sull'uomo e sul sentimento della perdita
Regia: Sabrina Paravicini
Soggetto: Sabrina Paravicini
Riprese e fotografia: Sabrina Paravicini
Montaggio: Sabrina Paravicini - Matteo Paravicini
Musiche: Jonis Bascir
Durata: 84'

lunedì 1 dicembre 2008

Abbiamo bisogno di verità


E diciamocela tutta: questa denuncia al terrorismo e alle guerre in medio oriente ci ha obiettivamente stancati. La rabbia per una guerra inutile (ed evitabile) e la paura che ha invaso con tanta facilità gli aeroporti, le strade delle grandi città e gli ambienti affollati non danno tregua. Nemmeno al cinema.
Fatta questa premessa, quando dietro alla macchina da presa c’è un “certo” Ridley Scott il contesto può anche risultare ripetitivo, ma inevitabilmente coinvolgente a tutti gli effetti.
E ancora, quando davanti alla cinepresa si hanno la disinvoltura di Russell Crowe e l’incredibile talento di Leonardo Di Caprio, la prefazione può andare a farsi friggere altrove.
La pellicola acquista un ritmo frenetico fin dai primi minuti e, nonostante si dilunghi eccessivamente in alcuni frangenti, mantiene questa cadenzata sino alla fine. Si sta sulla poltrona come fossimo dal dentista e d’improvviso si facesse rovente.
Di Caprio (che ancora non mi fa palpitare il cuore ma che davvero ha la capacità di comunicare ogni tipo di sensazione) non sbaglia un’espressione, una movenza: ha dapprima un atteggiamento strafottente di chi è arrivato per cambiare il mondo, successivamente ha il corpo (e non solo dal punto di vista fisico) martoriato dalla drammaticità dei fatti. Sembra rendersi conto dell’effettivo pericolo soltanto quando la morte bussa alla sua porta.
Crowe la sfrontatezza non la perde mai, nemmeno quando il suo uomo migliore rischia la vita. Atteggiamento di chi sta seduto a dirigere un’operazione senza viverla per davvero. Di chi ha in mano le vite altrui senza mettere a repentaglio la propria. Di chi ha il culo su una comoda poltrona e la coscienza l’ha dimenticata da un pezzo.
Due personalità la cui differenza viene intelligentemente rimarcata anche dall’aspetto fisico: Roger Ferris (Di Caprio) è trasandato, elegante solo quando incontra uomini potenti e soprattutto segnato da ferite la cui guarigione si affida al tempo. Ed Hoffman (Crowe) è sempre ornato di abiti costosi, da chili e chili di grasso e di bella vita (non cammina, rotola) e mentre si illude di salvare il mondo, porta a scuola i suoi bambini.
Spunta una terza figura, che vive comunque nello sfarzo ma si impegna a portare a termine il suo compito senza fare troppo rumore: è Hani (Mark Strong) capo dei servizi segreti giordani. Una figura che, progressivamente, catturerà l’attenzione del pubblico.
La scena in cui Ferris viene catturato e portato nella cava segreta di Al-Saleem, accelera il battito cardiaco e mette a dura prova il sangue freddo dello spettatore. Ne vale tutto il film. Un dolore psicologico che si unisce alla collera per quanto di iniquo c’è in tutta questa insulsa guerra. Che semina morti, spegne speranze e finanzia i (già ricchi) (pre)potenti.
Un film di verità, che pecca a volte di ingordigia ed ingenuità, ma che ha anche molto da raccontare. A voi, gli occhi.
Trama
Le capitali europee, nel fazzoletto di pochi giorni, subiscono gravi attentati. Carnefice di queste stragi di innocenti è Al-Saleem, un ricercato membro di Al Qaeda. A dargli la caccia la Cia il cui supervisore, Ed Hoffman (Russell Crowe), recluta uno dei suoi migliori agenti, Roger Farris (Leonardo Di Caprio) e lo spedisce ad Amman (Giordania). All’operazione si unisce l’Intelligence locale diretta dal severo Hani (Mark Strong). Uno spiegamento di forze per una caccia tutt’altro che semplice.
Citazioni
- “Voi americani non siete capaci di mantenere i segreti: siete una democrazia"
- Ed Hoffman (Russell Crowe) “Se non stai pensando alla fica significa che non sei concentrato”
Carta d'identità
Titolo originale: Body of Lies
Titolo italiano: Nessuna verità
Data di uscita (in Italia): 21 Novembre 2008
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 128'
Regia: Ridley Scott
Cast: Leonardo DiCaprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshifteh Farahani, Simon McBurney, Michael Gaston
Da vedere: sicuramente per passare due ore adrenaliniche. Per chi apre gli occhi, anche per ricordarsi la dura realtà. Nudo e crudo.

giovedì 20 novembre 2008

All’ombra del passato


“La vita non è ciò che accade ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”

Come un albero affonda le proprie radici nel terreno per cercarvi solidità, anche l’uomo si affida al passato per vivere il presente. Pensavo a questo, mentre Irena (Ksenia Rappaport) varcava il cancello che le restituiva libertà e, forse, la giusta dignità. Siamo il risultato di quello che scegliamo, o quello che tentiamo di scegliere, il resto è sorte.
Irena non ha scelto di soffrire ma i sentieri che ha intrapreso nel passato l’hanno portata sino alla soglia della disperazione, aggrappata alla fievole speranza di ritrovare ciò che anni prima le era stato brutalmente strappato.
Trieste (fotografata accuratamente da Fabio Zamarion) appare grigia e malinconica ma sincera. I suoi cittadini non nascondono diffidenza verso l’ignoto, a costo di chiudersi in un mondo di amara consuetudine e l’arrivo di Irena (una ragazza ucraina, il cui passato scorre ai nostri occhi di testimoni a sporadici fotogrammi quanto basta per comprenderne l’agghiacciante realtà) stravolge dapprima la vita del portiere (Alessandro Haber) e, successivamente, quella di un quartiere.
La pellicola si serve di un fiorente cast di personaggi noti (da Claudia Gerini a Pierfrancesco Favino) e ne esalta la sconosciuta bravura di Ksenia Rappaport. E’ lei a cadenzare la ritmica del film, che si snoda in un crescendo incessante di tensione e violenza; trasforma così quella che credevo fosse una (silenziosa) denuncia all’immigrazione in un totale (ed unico) dramma dalle atmosfere inquietanti.
Ksenia è abilissima a trasmettere disagio e solitudine, tanto che il nostro inopportuno (pre)giudizio nato nei primi minuti e poi maturato in alcuni piccoli episodi a venire, si scioglie in un sentimento di colpevolezza. In tutto il susseguirsi della trama, infatti, quello che pareva un quadro chiaro della vicenda si copre di un fitto mistero e (com’è normale che sia) capiamo che c’è qualcosa di molto profondo. Qualcosa che ha a che fare con un remoto mai dimenticato.
La pellicola alterna scene violente, crude e per questo amare a istanti di inconsapevole dolcezza. Consente di prendere ampi respiri, prima di entrare in apnea. Questo trascina lo spettatore in un turbine di sensazioni contrastanti: emoziona, commuove, “stropiccia”, mette a tappeto e poi risolleva. Qualche passo incerto nei minuti conclusivi, come si camminasse su un terreno cedevole. Ma in sostanza, un film nostrano di cui andarne decisamente fieri.

Per quanto mi riguarda, necessitavo di lasciarmi alle spalle una giornata stanca e Tornatore, con un’intensità insolitamente forte, mi ha coccolata.

Trama
Irena (Ksenia Rappaport), dopo un passato tormentato in Ucraina, pare cerchi fortuna nel Nord _ Est dell’Italia. In realtà, questo viaggio, ha un movente preciso. Qualcosa che ha a che fare con i suoi errori di donna cresciuta troppo in fretta.

Citazioni
- Irena (Ksenia Rappaport) "Si può avere un sogno in mezzo a tanti incubi?"
- Irena "Mi sento in uno di quei posti dove si cammina si cammina e sei sempre al punto di partenza e non si sa dove si esce se si esce e ogni passo che fai è un errore. Io ne ho fatti tanti di errori, una vita non mi basta per pagarli tutti e credere che ad una come me alla fine dei conti poteva esserci un futuro. Quella è stata la mia colpa più grande"
- Irena "Solo per quersto merito di morire, non per quell'animale. Lo rifarei di nuovo, non ho rimorsi, solo paura perchè credevo di avere chiuso con il mio passato. Ma si vede che il mio passato non ha chiuso i conti con me"
- Irena "Così mi racconterai come ci si sente a diventare donne" - Tea "Penso già di saperlo" - "Io sono stata distratta nella mia vita, non me ne sono accorta"

Carta d'identità
Titolo originale:
Data di uscita (in Italia): La sconosciuta
Genere: Drammatico
Durata: 115'
Regia: Giuseppe Tornatore
Cast: Claudia Gerini, Michele Placido, Margherita Buy, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Pierfrancesco Favino, Angela Molina, Clara Dossena, Ksenia Rappoport
Da vedere: dunque, merita una carrellata di curiosità: 5 David di Donatello 2007: Miglior film,Miglior regista, Migliore attrice protagonista,miglior direttore della fotografia, miglior musicista;
3 Nastri d'argento 2007: Miglior regista, migliore attore non protagonista (Alessandro Haber), migliore musica.
Musiche: Ennio Morricone.
Non vi è sufficiente?! Imperdibile. E italiano.

lunedì 17 novembre 2008

Sta tutto… nel principio di indeterminazione

Ed Crane (Billy Bob Thornton) "I capelli... ti fai mai delle domande?" - "Che vuoi dire?" - "Non lo so, è che continuano a spuntare, continuano a crescere" - "Per nostra fortuna, non credi?" - "No, non capisci. Continuano a crescere, sono parte di noi e noi li tagliamo e li buttiamo. Raccoglierò questi capelli e li butterò nel secchio. E così si mischieranno all'immondizia" - "Mi spieghi di che diavolo stai parlando?" - "Non lo so, lascia perdere"

Più ti ostini ad osservare qualcosa, più ti allontani dal suo vero significato. In parole semplici, questo enuncia il suddetto principio.
E non diventa, dunque, necessario domandarsi il perché ogni film dei fratelli Coen ti colpisce a muso duro. Seppur tu, spettatore fedele, sia preparato ad un improvviso sgambetto, ad una virata, ad un omicidio (brutale, sempre con quel sapore amaro della veridicità) resterai col fiato corto. Senza eccezioni, non avrai scampo. Mentre scorrono i titoli di coda, cerchi invano di sciogliere l’adrenalina che scorre nelle vene interrogandoti in quale punto esatto della trama, il tutto, ha iniziato a sfuggire al tuo controllo.
Poiché in ciascuna trama “coeniana”, il ritmo pressoché normale dello scorrere della pellicola si fa improvvisamente travolgente, senza alcuna via di fuga se non quella dell’inevitabile coinvolgimento universale.
L’uomo che non c’era” si caratterizza immediatamente con la scelta del bianco e nero, seppure sia datato 2001: capiamo subito che questo rafforza le ambientazioni (viaggiamo all’indietro nel tempo, sino agli anni ’50) ma soprattutto fortifica i tratti duri del protagonista, Ed Crane (Billy Bob Thornton): un uomo triste, chiuso nel suo mondo silenzioso, fantasma del suo stesso presente. Gli straordinari sguardi profondi persi nel vuoto (uno su tutti, il fotogramma conclusivo, nel quale oramai il destino è scritto e non più sconosciuto), i suoi silenzi prolungati e la calma che si crea intorno ad esso come un’aurea spenta, al momento dell’esplosione viva della vicenda rendono il tutto incredibilmente sorprendente.
Una certezza, oramai limpida, è la bravura di Frances McDormand, stavolta nei panni della moglie del barbiere e vittima incolpevole di un ingranaggio inceppato. Spazio anche per un’interprete oramai affermata ma qui alle prime armi, Scarlett Johansson che, nonostante l’innocente giovinezza, trasmette una delicata femminilità ora arma seducente dei suoi copioni.
E’ caricaturale, ma onestamente attendibile, la baldanza con cui viene rappresentato l’avvocato Riedenschneider, un classico personaggio creato dalle menti di Joel ed Ethan ed illusoria salvezza per un dramma surreale, carico di tensione in un indiscutibile stile noir.
I giochi di luce, momenti cupi alternati a quelli abbaglianti, assemblati perfettamente al decorrere della vicenda ricreano un’atmosfera che si espande al di là dello schermo: ogni elemento, ogni sensazione, ogni immobilità si carica di una particolare eccitazione che, al concludersi del film, resta sospesa nell’aria. Come un pulviscolo inattaccabile.
E niente e nessuno, può spezzare questa magia. I loro film appesantiscono il bagaglio emozionale. Ed anche quando i turbamenti si diradano, resta qualcosa dentro. La bellezza è eternità.
Solo e unicamente, fratelli Coen.
Trama
California, anni ’50. Nel boom economico del dopoguerra, Ed Crane (Billy Bob Thornton) vive la noiosa routine facendo il barbiere nel negozio di famiglia. La moglie Doris (Frances McDormand) è invece contabile in un emporio in proprietà del ricco “Big Dave"(James Gandolfini). Ed, insospettito dalla complicità fra la moglie ed il suo datore di lavoro e abbandonato in un mondo di quasi assoluto silenzio, coglie al volo un’occasione di affari: un paffuto imprenditore (Craighton Tolliver - Jon Polito) gli offre l’apertura in società di una tintoria dotata di lavaggio a secco. Rivelatasi (come è ovvio) una truffa, Ed si vedrà coinvolto in rovinosi avvenimenti concatenati che porteranno la sua vita in un labirinto senza uscita.
Citazioni
- Ed Crane (Billy Bob Thornton) "Io non parlo molto, taglio solo i capelli"
- Fratello di Ed "Anche loro si infilano i pantaloni una gamba per volta come te e me e vanno anche loro al cesso nonostante questo lusso"
- Ed, parlando della moglie Doris "Dopo due sole settimane suggerì che avremmo potuto sposarci; io le dissi "Non vuoi conoscermi più a fondo?" E lei "Perchè, migliora qualcosa?". Mi guardò come si guarda uno scemo ma la cosa continua a non ferirmi. In fondo aveva ragione, ora non ci conosciamo meglio di prima ma ci conosciamo abbastanza bene"
- Avvocato Riedenschneider (Tony Shalhoub) "A volte più guardi e meno conosci"
- "Il tempo rallenta prima di un incidente per ciò ebbi il tempo di pensare a quello che una volta mi aveva detto un becchino che i capelli crescono ancora per un po' dopo che muori e poi si fermano. Mi chiesi cos'è che li fa crescere? E' come la Terra per le piante? Che cos'è che ad un certo punto abbandona la Terra? L'anima? E quand'è che i capelli capiscono che se n'è andata?"
- "Bè era come osservare un labirinto da lontano, mentre ci sei dentro procedi senza pensare, svolti dove credi di dover svoltare, sbatti il muso in fondo ai vicoli ciechi e vai avanti così. Ma appena te ne allontani tutte quelle curve e quelle svolte compongono il disegno della tua vita, è difficile da spiegare ma vederlo nel suo insieme procura un senso di pace"
- "Non so cosa troverò oltre il cielo e la terra, ma non ho paura di partire. Forse le cose che non capisco saranno più chiare come quando la nebbia si dirada. Forse Doris sarà lì e forse le potrò dire tutte quelle cose che qui non hanno parole"
Carta d'identità
Titolo originale: The man who wasn't there
Titolo italiano: L'uomo che non c'era
Data di uscita (in Italia): 30 Novembre 2001
Genere: Drammatico
Durata: 116'
Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Cast: Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Scarlett Johansson
Da vedere: è personalmente la conferma che, ogni film “coeniano” non visto, è un’emozione in meno.

giovedì 6 novembre 2008

L'ultimo atto d'Amore

Questo racconto è un viaggio; un viaggio verso un buio recondito che non induce a speranza. E’ la storia di un immenso Amore trascinato nell’oblio dal morbo di Alzheimer: un incantesimo lungo quarantaquattro anni spezzato da questa malattia progressiva che sgretola, uno ad uno, i ricordi e le emozioni.
Il Canada è il primo colpo d’occhio che smorza il fiato. Paesaggi innevati e silenziosi attirano lo spettatore verso un clima di pace e solitudine. Pare che questa calma quotidiana sia cornice di un Amore completo che accomuna Fiona e Grant, i due protagonisti. Ci rendiamo conto immediatamente che i due vivono uniti da un’affinità complice colma di umorismo e tenerezza. I dissapori (pochi) sono celati dalla gioia di condividere il tempo che passa.
In secondo luogo, attrae (è la parola esatta: è inevitabilmente ammaliante) l’eleganza di Fiona, che non poteva altro che essere Julie Christie ad interpretarla: un incanto senza età, che non perde la sua bellezza nemmeno quando la patologia le ruba anche l’ultimo consapevole sorriso.
Lontano da lei” è il primo film della giovane Sarah Polley, eppure non trasmette nessuna incertezza: dialoghi molto controllati, luci e colori opportunamente miscelati e soprattutto apprezzabile la delicatezza con cui lo spettatore viene inghiottito dalla drammaticità degli eventi. Senza strattoni improvvisi, con accurata sensibilità, con una finezza consona all’atmosfera che si viene a conoscere. Straordinari i primi piani dei due protagonisti: quando Fiona è oramai completamente sprofondata nell’incoscienza è lo sguardo di Grant (Gordon Pinsent) a riempire i silenzi: amorevole, premuroso e ferito.
Una trama straordinaria per una visione semplice ma profondamente commuovente. Sono stata colta da spasmi di pianto nel momento in cui i due coniugi hanno preso coscienza dell’imminente e forzata separazione: percorrendo quell’autostrada familiare alla ricerca degli oramai vaghi ricordi, in quel letto sconosciuto nella loro ultima unione di corpi, su quel foglietto dalla calligrafia incerta dove Fiona lascia al marito un’eredità di passione e sincerità.
L’ultimo fotogramma che ha come sfondo la luce bianca che invade la finestra, ha come protagonista l’ultimo atto d’Amore: un unico istante di lucidità per questo infinito Amore che vivrà nel tempo senza il bisogno della memoria.

Una pellicola che mi ha fatto pensare moltissimo a mia nonna, scomparsa circa un anno fa per un improvviso malore. Era per me un periodo di felicità autentica che questa morte improvvisa ha spezzato. Di lei non ricordo certo la medesima eleganza di Christie, ma custodisco nel cuore quell’enorme bontà che mi ha insegnato. E quel sorriso di sincerità, al quale dedico questo post.

Trama
Fiona e Grant vivono una Amore felice da quarantaquattro anni. Gradualmente, Fiona, mostra segni di confusione che, con il passare del tempo, divengono veri e propri attimi di smarrimento. Quando le viene diagnosticato il morbo di Alzheimer, i due coniugi, affrontano la malattia insieme, senza abbandonarsi mai.
Citazioni
- Grant (Gordon Pinsent) "Non ho mai desiderato stare lontano da lei, era così piena di vita"
- Fiona (Julie Christie) "A volte c'è qualcosa di affascinante nell'oblio"
- Fiona "E' che certe volte mi ritrovo ad andare in giro in cerca di qualcosa che so essere molto importante ma non riesco a ricordare di cosa si tratti e una volta che l'idea è persa, è persa per sempre. Resto lì a pensare cercando di ricordare cos'era di tanto importante un momento prima. Chissà, forse sto cominciando a scomparire"
- Paziente ricoverata "Guarda un po' questo signore, è niente male. Mi scusi lei è un seduttore?" - Grant "Sì, sono stato un seduttore, diciamo" - "Che monellaccio" - Direttrice "Il Signore è quì per sua moglie, Lisa, comportati bene" - "Ah, me lo dovevo immaginare: alla nostra età è una megafregatura. Ormai i seduttori sono tutti accasati o morti... morti più che altro"
- Direttrice "Questa è l'ala delle cure intensive, è quì che trasferiamo i pazienti quando la cura è progredita" - Grant "Interessante scelta di parole" - "Le mostro qualche stanza" - "Non credo sia necessario, mia moglie non progredirà fino a questo piano"
- Grant "Quel posto non mi piace" - Fiona "Io non credo che dobbiamo cercare un posto che ci piace, non riusciremo mai a trovarlo. L'unica cosa a cui dobbiamo aspirare è un po' di serenità"
- Fiona "Che idea ti dò?" - Grant "Un'idea vaga e sincera"
- Grant "E' come se tanti interruttori in un grosso edificio si spegnessero uno ad uno"
- Grant "Le persone si sentono sole specie se non possono vedere qualcuno a cui tengono molto"
- "Non è mai tardi per diventare quello che vuoi essere"
Carta d'identità
Titolo originale: Away from Her
Titolo italiano: Lontano da lei
Data di uscita (in Italia): 15 Febbraio 2008 - Nominations Oscar 2008
Genere: Drammatico, Romantico
Durata: 110'
Regia: Sarah Polley
Cast: Julie Christie, Michael Murphy, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Kristen Thomson, Wendy Crewson, Alberta Watson, Thomas Hauff
Da vedere: perché in questa pellicola, c’è tutto l’Amore possibile. Dolce e amaro.

sabato 25 ottobre 2008

Volare restando immobili


Che il pianoforte di Paul Cantelon (in “Theme For The Diving Bell And The Butterfly”) accompagni le vostre lacrime dolcemente e senza vergogna, come armoniosamente conduce la straziante uscita di scena di Jean-Do.

"Per capire il dolore non è necessario viverlo. […]
Fu la prima volta, quella, in cui iniziai a guardare gli essere umani dal basso […]
Continuai a vedere i volti delle persone come fantasmi. Dal basso. Dal lettino. Poi dal letto. Fu lì che cominciai a contemplare il mondo dall’inferno. Ti sembra di aver sempre visto gli altri stare lassù in alto… vorresti alzarti, metterti alla loro altezza, nella posizione abbandonata solo poche ore prima. E prendi coscienza che non sarà mai più così […]
Non puoi morire, né tornare indietro” – Ramon Sampedro -

Dal libro “Mare Dentro - Lettere dall'inferno”

Immediatamente dopo la visione ho tentato di raggiungere gli amici, in un locale vicino. Appena varcata la soglia, cortesemente, ho salutato e me ne sono andata. Fuggita dalle chiacchiere rumorose, dalla musica assordante e soprattutto da persone che (in quell’istante) non si portavano appresso lo stesso turbamento interiore che divorava me. Non era lì il mio posto.

Torno a ribadire quanto ogni film non assomigli a nessun altro: come qualunque figura possiede la sua ombra, anche ciascuna pellicola suscita sensazioni differenti. Tuttavia, malgrado non volessi pensare a quel capolavoro che è “Mare Dentro”, lui si è “seduto” accanto a me in modo spontaneo, come vicino mi è ogni giorno. E’ stato normale, pertanto, assaporare similitudini.
Nel film di Alejandro Amenábar, si analizzano i due estremi, ovvero la vita prima e la morte poi, portando all’attenzione del pubblico l’idea di eutanasia. In questa pellicola, invece, si sviscera quel concetto che sta sospeso fra i due, che è la sopravvivenza. Il desiderio di porre fine a quell’inferno, tocca il protagonista una volta soltanto. Eppure, il vento della morte aleggia implacabilmente su ogni cosa.
Il film di Julian Schnabel, racconta di un uomo coraggioso che, nel fervore della bella età, accusa un malore: dopo tre settimane di coma, si risveglia completamente immobile, privato dell’uso della parola, intrappolato in un corpo che non risponde più ai comandi primari e soprattutto chiuso dietro a quel vetro di silenzio impossibile da infrangere. Quando si è spettatori di una realtà inaccettabile, crudele e straziante (che non è una sofferenza sentimentale, una delusione affettiva ma qualcosa di inesorabile che lentamente esclude dal comune vivere e consuma nella monotonia di una prigione clinica) il circondario diviene fittizio, personalmente mi sono sentita opprimere dai problemi che mi affliggono giornalmente, in quanto deboli rispetto a quello di cui ero testimone.
Non soltanto la vicenda considerata in valore assoluto, ma la scelta di viverla dall’occhio (quello sinistro, il solo a rispondere ai comandi. L’unica porta che lo tiene aggrappato alla realtà) del protagonista (interpretato da uno magistrale Mathieu Amalric) dunque in maniera quasi totalmente soggettiva, sconvolge disturba angoscia. Forse, la scelta è anche dettata dalla sensibilità del regista nei confronti di quel volto sfigurato dalla malattia: la prima volta, lo vediamo attraverso un vetro opaco del corridoio dell’ospedale, Schnabel ci prepara senza fretta a quel viso di dolore.
E’ la storia, la tecnica, la cronologia dei fatti a rendere infallibile questo film, che poteva risultare invadente o ripetitivo se paragonato all’opera d'arte che è “Mare Dentro”: contrariamente a quanto scritto, si è spettatori di un’intensità differente, che serra la gola, scuote, strappa il cuore in modo diverso.
Vi sono alcuni istanti, nel film, in cui sentivo forte il desiderio di urlare al mondo intero la sofferenza silenziosa del protagonista, affinché non restasse quel grido muto e inascoltato; perché era doloroso stare seduta lì mentre un occhio (il destro) veniva ricucito e dunque escluso dal resto del mondo, perché era straziante ascoltare le lacrime di un Padre impossibilitato ad abbandonare le mura domestiche in quanto infermo, a non poter correre incontro ad un figlio malato, non essere in grado di dare a lui braccia forti su cui sorreggersi. Immagini indelebili per una sensibilità come la mia. Che restano vive (e della quali ne sento il bisogno tutt’ora) nella mia memoria e che fanno di questo film una bellezza rara.

E’ la storia di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista francese “Elle”, trascinato nel fondale dell’inferno dal suo scafandro. Una corazza ingombrante, troppo pesante da sostenere, troppo fragile per poter ribellarsi al fato. Laggiù, dove nessun raggio di speranza è in grado di arrivare, dove non può giungervi alcun essere umano, dove il buio attraversa l’anima, ha preso vita una farfalla e, nel suo volo leggero, ha combattuto la corrente sino a librarsi nel cielo.

Questo film mi ha sconvolta, mi ha spinta a cercare silenzio, a immunizzare la mia anima da qualunque virus quotidiano: il caos, la superficialità, le chiacchiere inutili, la prepotenza gratuita, l’opportunismo; è come se la notte non fosse passata ed io fossi ancora là, su quella poltrona a fissare i titoli di coda scorrermi davanti ed a sentirmi povera dentro.

Questa pellicola nasce per donare speranza, per ricordare a chiunque quel battito d’ali di farfalla, che noi tutti semplicemente chiamiamo libertà (in questo caso, si tratta di immaginazione. La libertà di sentirsi in mezzo al mare con la donna amata, di fare l’amore fra le onde o di accarezzare i capelli del proprio figlio. Sognare è la libertà più vera). Conoscerla. Acquistarla. E soprattutto amarla follemente.
E “Ramshackle Day Parade”, che coincide con il riaccendersi di luce e realtà, soffoca. Viene voglia di esserci. Tutto qui.

Post Scriptum: ci si sente sempre in debito con questo genere di film. Sembra che non si dica mai abbastanza.

Citazioni
- Jean-Dominique Bauby (Mathieu Amalric) "Ho appena scoperto che a parte il mio occhio ho altre due cose che non sono paralizzate: la mia immaginazione e la mia memoria"
- Jean-Do "Ero cieco e sordo, non mi serviva necessariamente la luce dell'infermità per vedere la mia vera natura"

Carta d'identità
Titolo originale: Le scaphandre et le papillon
Titolo italiano: Lo scafandro e la farfalla
Data di uscita (in Italia): Cannes 2007 - 15 Febbraio 2008 - Nominations Oscar 2008
Genere: Drammatico
Durata: 112'
Regia: Julian Schnabel
Cast: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Hiam Abbass, Niels Arestrup, Fiorella Campanella, Jean-Pierre Cassel, Emma de Caunes, Max von Sydow
Da vedere: guardatelo, guardatelo, guardatelo. E’ imperativo, tassativo, categorico. Quanto sa donare il cinema (per questo lo amo così tanto).

lunedì 20 ottobre 2008

Amori incompleti


Vicky Cristina Barcelona” è un sinuoso sentiero in salita, in mezzo ad un paesaggio mozzafiato. Senza sforzo ci si lascia trasportare (e ingannare) dallo scenario ma, al raggiungimento della meta, difficilmente ci si scrolla di dosso la fatica. Facilmente l’impegno sovrasta la bellezza.
La nuova fatica dell’indiscusso maestro (Woody Allen), è una parafrasi (malriuscita) di “amore ed equilibrio”. Soltanto che mi ha colpito a pugno duro, proprio in mezzo allo stomaco. Fatico a reprimere quello che, questa pellicola, ha spalancato dentro di me proprio perché il tema dell’amore mi disorienta non poco (soprattutto in un momento come quello che vivo). Se volessi e/o dovessi analizzare l’aspetto profondo e mistico, mi abbandonerei in labirinti senza vie d’uscita rivelando il mio lato sensibile e fragile nei confronti dell’amore (inteso come sentimento vero), dunque proietterei la critica verso l’anima tecnica e stilistica del regista che tanto amo e, negli ultimi anni, seguo.
Allen ha sicuramente fortificato il suo stile nella scelta del cast: la sua musa (Scarlett Johansson) dona come sempre femminilità e sensualità concentrate in Cristina, una giovane donna in cerca della sua parte (volontariamente) artistica e probabilmente di un compiacimento che va al di là dei sentimenti profondi. Alienata e nel contempo ammaliante Penelope Cruz (entra in scena a film abbondantemente iniziato, ma l’attesa intensifica il suo personaggio: una sorta di Amy Winehouse spagnola) nei panni di Maria Elena, l’artista per eccellenza, una combinazione di follia e raffinatezza, che consacrano il talento dell’attrice ispanica. Vicky è invece interpretata da Rebecca Hall, ed è forse (mi permetto di aggiungerlo) il personaggio a cui (noi spettatrici) ci leghiamo morbosamente in quanto riflesso di quella che può essere la donna comune: eternamente insoddisfatta, oppressa da dilemmi paranoici e sgomenta di fronte ad una passione travolgente. Inizialmente ci appare come il personaggio più pragmatico ma un evento riporterà a galla la realtà della sua vita e con essa, anche la parte più “vera”: una circostanza che, seppur breve, le cambierà l’esistenza, le rivelerà la “verità” che da sempre ignora dimostrandole che la vita può essere sì vissuta senza reale partecipazione lasciando che siano gli altri a fare i burattinai della sua vita, ma mai quei “fili” la faranno sentire “viva”. Sarà, per l’appunto, l’incontro con il pittore Juan Antonio (Javier Bardem) a spalancare la finestra sulla sua esistenza, a restituirle un “quotidiano” fittizio. Vivrà come se, senza la presenza di questo artista (emblema della sua autenticità), il mondo le voltasse le spalle. Per quella sola notte, il copione della sua vita, verrà compromesso totalmente. Un breve e solo incontro. Sono colpita dal personaggio di Vicky poiché la sua debolezza è anche la mia.
Amo tantissimo la recitazione di Bardem, le sue metamorfosi, la sua naturalezza (in quest’occasione accentuata da scene recitate – in spagnolo – in lingua originale. I duetti con Penelope Cruz (sua reale compagna nella vita) sono trascinanti): il regista l’ha definito “sessualmente carismatico”, personalmente lo trovo fascinoso, notevole e concreto. Inoltre, trasmette una tale passionalità che (senza remore) mi inebria.
Annoto anche la splendida fotografia di Javier Aguirresarobe: dipinge Barcellona e dintorni con tanta accuratezza e solennità; Woody Allen è molto legato al potere delle ambientazioni, prima di lavorarvi deve amare la città, scoprire ogni angolo, ogni colore e sfumatura e in questo film Barcellona ne esce sicuramente vittoriosa. L’imponenza della Chiesa della Sagrada Familia, opera incompiuta di Gaudì, toglie il fiato: straordinaria.
In fin dei conti, escludendo meccanicità e lentezza, il film è piacevole ma ben lontano dalle opere reali di Woody Allen. Torno a ripetere, senza approfondire, che dal punto di vista emotivo mi ha trafitto profondamente: si discute dell’amore, spesso incompleto ed opportunista, lontano mille anni luce dal sentimento che provo attualmente. Per questa ragione, in definitiva, mi ha aiutata a riflettere.
Trama
Vicky (Rebecca Hall) è una studentessa universitaria in cerca di notizie sulla civiltà spagnola, Cristina (Scarlett Johansson) è invece una regista di cortometraggi in erba. Le due amiche americane raggiungono Barcellona per l'estate. L'incontro con un attraente pittore spagnolo (Javier Bardem) porterà a galla le loro debolezze e paure. Come se non bastasse, l'ex moglie (Penelope Cruz) del pittore catalano, torna nella sua vita dopo un tentativo di suicidio.
Citazioni
- Juan Antonio "Perché ama tanto la cultura catalana?" - Vicky (Rebecca Hall) "Mi sono innamorata a quattordici anni di Gaudì, e una cosa tira l’altra"
Carta d'identità
Titolo originale: Vicky Cristina Barcelona
Titolo italiano: Vicky Cristina Barcelona
Data di uscita (in Italia): Cannes 2008 - 17 Ottobre 2008
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico
Durata: 90'
Regia: Woody Allen
Cast: Javier Bardem, Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Patricia Clarkson, Kevin Dunn, Rebecca Hall, Pablo Schreiber, Carrie Preston
Da vedere: dietro alla cinepresa c’è un “certo” Woody Allen: una sufficiente motivazione per non perderlo. Indefinibile (attualmente).

venerdì 10 ottobre 2008

Ma non si stava meglio con le bugie?


Premetto: questo film non lo volevo vedere proprio. Per fortuna, ho ceduto alle lusinghe.
Ora mi sento “leggera”: non conoscevo più questa sensazione di spensieratezza da troppo tempo ormai e il lavoro di Gianni Zanasi me l’ha restituita. Una percezione effimera, ne sono consapevole, ma necessaria. E’ora di cercare “me”.
Questa pellicola può assomigliare alle mille tragicommedie all’italiana: gente che s’ammazza di fatica per guadagnarsi la normalità, felicità che si consuma dentro ai problemi mai affrontati, famiglie come rifugio di paure e non come condivisione di sogni, amori sbocciati poiché si sta male ma da soli si sta ancora peggio. “Può”, ma “non deve”.
Innanzitutto, facciamo il passo più importante: entriamo nell’ottica dell’irriflessione, non è che un film ha sempre da insegnare qualcosa (o perlomeno non necessariamente). Non racconta con leggerezza una dramma, ma mostra le incognite che possono esistere nel quotidiano di ognuno di noi, con un’invidiata autoironia.
In secondo luogo, merita il plauso d’apertura Valerio Mastandrea: sono ancora spettatrice turbata di quello sguardo vuoto e allo stesso tempo rabbioso di Antonio in “Un giorno perfetto”. In ordine cronologico, “Non pensarci” entra nelle sale nel 2007 mentre il film di Özpetek l’anno successivo ma, nella mia personale cronografia, vi è stato uno stravolgimento temporale: Stefano Nardini, mantiene la forma “disordinata” (caratteristica peculiare di Mastandrea) ma acquista ingenuità e innocenza. Prende a calci il mondo, con quello sguardo da cane bastonato che tanto intenerisce. E poi ha l’abilità straordinaria dell’espressività: si percepisce chiaramente quando, dopo la rivelazione shock della madre (in piena crisi karmica), cala un silenzio che trova coraggio in quegli occhi malinconici (e nel pomo d’Adamo impegnato in un tentativo di scioglimento di un nodo in gola).
Ma tutto l’intorno ha un colore vivace: la Rimini dipinta da Roberto De Angelis, il cast (doveroso citare il fratello Alberto interpretato da Giuseppe Battiston: infagottato nei chili di troppo e imbottito di inutili pillole antidepressive per sfuggire alla realtà), le battute taglienti, l’energia che trasmette questa pellicola e che prende vigore con l’evolversi della vicenda.
Questo film è un marasma di caos e incomprensioni, coinvolge e stravolge come un fiume in piena: ha talmente tanto da raccontare che parrebbe interpretata al momento, senza una sceneggiatura scritta alle spalle o un copione studiato. E’così genuino che ci si dimentica di poltrone e pop-corn.
E non è altro che lo specchio di un malessere generale, quello che coinvolge il Nostro Paese (ma attualmente dilatato in ogni dove). Solo che bisognerebbe seguire l’esempio di Stefano: lui del mondo si è preoccupato, ma poi è tornato a sognare.
Trama
Stefano (Valerio Mastandrea) è un chitarrista rock che sogna di incidere un disco. Nullafacente e deluso dall'ennesima "sconfitta" decide di tornare a Rimini, nella sua città natale. Qui troverà la sua famiglia e ad essa affida i suoi fallimenti. Ma ad aspettarlo troverà una situazione a lui sconosciuta che, inaspettatamente, lo aiuterà a capirsi.
Citazioni
- Michela (Anita Caprioli) "Sei venuto qui perchè avevi bisogno di noi" - Stefano (Valerio Mastandrea) "Sì...ma non di tutti insieme"
- Stefano "Se uno si butta da un palco, è perché si fida"
Carta d'identità
Titolo originale: Non pensarci
Data di uscita (in Italia): Venezia 2007 - 04 Aprile 2008
Genere: Commedia
Durata: 105'
Regia: Gianni Zanasi
Cast: Valerio Mastandrea, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Caterina Murino, Paolo Briguglia, Dino Abbrescia, Teco Celio, Gisella Burinato, Paolo Sassanelli, Luciano Scarpa, Natalino Balasso
Da vedere: poiché sorridere davanti ai problemi (grandi o piccoli che siano) non rende migliore la situazione, ma per lo meno fa sentire “vivi”. E quanto è bella Caterina Murino. Vitale.

giovedì 9 ottobre 2008

E’questione di… etica


Tom "Una volta ho fatto un sogno: camminavo in un bosco non so perchè, poi si è alzato il vento e mi è volato il cappello" - Verna "Tu l'hai rincorso, è così? E a forza di correre sei riuscito a trovarlo e a riprendertelo, poi hai visto che non era un cappello, era diventata una cosa diversa, una cosa preziosa" - "No, era ancora un cappello e non gli sono corso dietro. La cosa più ridicola è un uomo che corre dietro al cappello"

Mentre scorrevano i titoli di coda, ho pensato ad un romanzo di Stephen King: anche ad uno malriuscito, che si fatica a voltare pagina. Ad uno lento ed un po’ ripetitivo. Quando (finalmente) si scorgono gli ultimi capitoli ci si affaccia su un mondo nuovo, come se dopo una prolungata sosta si riprende a correre. Si resta incollati a quelle pagine, come in apnea. Si risolleva lo sguardo quando la parola “Fine” riporta tutto a galla.
I film nati dalle menti di Joel e Ethan Coen, sono quelle ultime pagine. Ho visto “Crocevia della morte” sola nella mia stanza: col passare dei minuti, l’aria che respiravo si è fatta carica di tensione, se dapprima mi distraevo da spie luminose sul Pc, sms sul display e chissà quale altro segnale acustico, pochi istanti dopo mi sono ritrovata con la faccia incollata allo schermo della tv, con qualunque mezzo comunicativo (persino la porta) impossibilitato a relazionarmi con l’universo esterno. A dirla tutta, questa pellicola non mi ha rapita immediatamente: dialoghi e scene iniziali mi sono apparsi molto lenti e macchinosi, annebbiati da nomi e convenevoli. Ma quando la pistola spara, anche lo spettatore più distratto viene inghiottito nell’oblio.
Ed ecco che rivivo il mio “Déjà Vu”: quando, criticando un film dei fratelli Coen, eviterò di sottolineare l’abilità nella creazione dei personaggi, chiamate un’ambulanza. E’lo stile inconfondibile di chi sa stupire per davvero, senza in nessun caso cedere il passo al banale: Tom (un consigliere irlandese) interpretato da un anonimo (per quanto mi riguarda) Gabryel Byrne, ha il fascino del duro e discreto uomo di parola, gioca molto di sguardi, complici i suoi occhi azzurri e sconosciuti.
Fugace ma speciale (per chi ha poi visto “Fargo”) la presenza di Steve Buscemi (è Mink).
Colpisce (e moltissimo) il ruolo di Barnie (John Turturro): lo annoterei fra i “folli coeniani”, che tanto mi piace osservare e di cui amo stupirmi. Splendida la scena in cui quest’ultimo viene accompagnato nel bosco (emblema del “crocevia” del titolo) dove verrà giustiziato: esempio puro di recitazione perfetta. Ho ancora negli occhi l’abilità nel trasmettere tensione e suppliche con soli sguardi e gesti. Come se al patibolo, ci andasse sul serio.
Desidero conoscere a fondo questi due registi poiché hanno una forza inalienabile: quella di dar immortalità agli istanti. Nei giorni successivi alla visione, tu spettatore fatichi a cancellare alcuni fotogrammi: la scena del bosco, coperto di colori autunnali, spoglio e malinconico, teatro di un’imminente tragedia. La parossistica sparatoria in casa del boss Leo (Albert Finney), aggredito da due malintenzionati, arma in pugno, orgoglio sulle spalle e le immancabili vestaglia e pantofole (una divisa onnipresente in quasi tutte le pellicole visionate sin d’ora. Leo, apparso fino a quel momento debole dietro alle sue rughe, si scatena in una violenza inaudita: indiscutibilmente geniale.
La sorpresa da una parte e la continuità dall’altra, come se ogni lavoro mantenesse un filo conduttore invisibile capace di “adattare” lo spettatore al nuovo habitat: cito di nuovo ciabatte e vestaglia, la palpabile follia, le debolezze di ogni personaggio, un improvviso atto di violenza, la sottile ironia, la signora Coen (Frances McDormand, in una piccola parte da segretaria).
Una moneta nelle mani dei due prestigiatori: stupore o certezza? Qualunque risultato dia il suo lancio, lo spettatore perde la scommessa ma guadagna un’emozione.

I due registi sono gangster spietati: sparano una volta sola, ma senza mancare mai il bersaglio. MAI.
Trama
America, anni ’30. Un potente ebreo oramai in declino si fronteggia con un boss della mafia italo-americana in ascesa. Fra i due contendenti, veleggia un giovane consigliere irlandese in cerca di “lavoro sporco” e col vizio delle scommesse. In mezzo: una donna, una strada malavitosa e tradimenti.

Citazioni
- Johnny (Jon Polito) “Sono stato abbastanza loquace?” - Leo (Albert Finney) “Come un peto”
- Leo “Tu hai la forza che ti permetto io, quando voglio ti sgonfio”
- Leo “Chi non osa dare una mano agli amici, non sa dare un calcio ai nemici”
- “I cavalli hanno le ginocchia?”
- Johnny “Non hai capito, l’amicizia è uno stato mentale”
- Johnny “Ti piacciono i bambini Tom?” – Tom “NO”
- Johnny “Bene ragazzo, pensaci. Ma io ti do una spinta, se per caso ti gira di rifiutare l’offerta non sarai più in forma uscendo da qua” – Tom “Fisicamente dici o come stato mentale?”
- Tom “Se sapevo che volevi sciolinare i nostri sentimenti, magari a casa ripassavo qualche poema”
- Johnny “Con i “forse” non sa fa vero il falso”
- Verna (Marcia Gay Harden) “Tu fai sempre il giro più lungo per avere ciò che vuoi”
- “Dov’è Leo?” – “Se parlo è sicuro che non mi ammazzi?” – “Se ti uccido dopo che me l’hai detto e poi scopro che è falso, che gusto avrò di uccidere un morto?”
- “Chi ti ha gonfiato il labbro?” – “E’un ricordo di guerra, peggiora in mezzo agli imbecilli”
- “Zitto. Hai in bocca qualche dente di troppo, forse”
- Johnny “Fuori dai cogl… e prendi la rincorsa”

Carta d'identità
Titolo originale: Miller's Crossing
Titolo italiano: Crocevia della morte
Data di uscita (in Italia): 1989
Genere: Poliziesco
Durata: 111'
Regia: Joel e Ethan Coen
Cast: John Turturro, Albert Finney, Gabriel Byrne, Marcia Gay Harden, Frances McDormand
Da vedere: per aver conferma di quanto i fratelli Coen appartengano ad un altro pianeta. Geniale come sempre.

martedì 7 ottobre 2008

Attenti a quei due


Ci sono opere sorprendenti o, viceversa, inguardabili. Nel mezzo, quelle incomplete.
Sfida senza regole” è un esempio di “tanto fumo e niente arrosto”. Perché di carne di qualità ce n’è, è l’aroma che manca. L’aggiunta di spezie rafforza la convinzione di avere di fronte un piatto prelibato, senza di esse è senza dubbio uno “spreco”.
Ecco a che assomiglia la nuova fatica di Jon Avnet. E’ una pellicola presuntuosa, ovvero si vanta di grandi nomi, ma decadente poiché non racconta nulla di nuovo. E’ un tentativo di sorpresa, che effettivamente riesce nell’intento: è così scontato, che lo spettatore rimane in attesa di un retroscena che invece… non si presenta. Senza risultare pretenziosa (non lo sono mai stata) il film ha una buona forma: l’idea complessiva di tecnica di ripresa e sviluppo della trama é indiscutibilmente esaustiva ma quando ci si appresta ad andare in profondità, si rimane amareggiati. Non sopporto l’illusione di una superficie ammaliante, al di sopra di un fondale privo di colori.
Non vorrei apparire me medesima banale nell’avvalorare la maestria di due veterani del grandeschermo (mi riferisco a Robert De Niro e Al Pacino) che si ritrovano compagni di copione dopo tredici anni da “Heat – La Sfida”, ma meritano davvero un’ovazione speciale poiché nonostante siano interpreti di una trama immeritevole, sono un esempio di cinema autentico. La costruzione dei personaggi, sulle spalle esperte di due attori di questo calibro, è perfetta: De Niro è un pitbull preparato a ringhiare alla sua stessa ombra, Al Pacino è il detective razionale ed innocuo. Due figure in contrasto accomunate dal senso del dovere e da un’amicizia inconfutabile.
Ma sono parole già scritte, emozioni già vissute, ombre confuse di forme disegnate senza contorno.
Insomma, non è oro tutto quello che è di luce, ma è anzitutto doveroso osservare da vicino.
Trama
I pluridecorati detective Turk (Robert De Niro) e Rooster (Al Pacino) sono impegnati nell’indagine di un “poeta” serial killer che uccide malavitosi. Due giovani agenti, tentano di soffiare ai due veterani la soluzione del caso; le deboli prove, però, delineano un quadro sorprendente: uno dei due poliziotti esperti viene indagato come presunto omicida.
Citazioni
- Turk (Robert De Niro) “Sparare non è sbagliato, basta prendere la persona giusta"
- Turk "La maggior parte della gente rispetta il distintivo. Tutti rispettano la pistola"
Carta d'identità
Titolo originale: Righteous Kill
Titolo italiano: Sfida senza regole
Data di uscita (in Italia): 26 Settembre 2008
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 101'
Regia: Jon Avnet
Cast: Al Pacino, Robert De Niro, John Leguizamo, Donnie Wahlberg, 50 Cent, Frank John Hughes, Carla Gugino, Shirly Brener, Katie Chonacas, Brian Dennehy, Rob Dyrdek
Da vedere: se non strettamente necessario (non si ha luogo nel quale rifugiarsi in caso di temporale improvviso, per esempio) non lo annovero fra i film "imperdibili". Lo diventa se si tiene in considerazione il "solo" cast, ma si sa un film è composto da diverse sfaccettature. Ognuna con la propria importanza.

lunedì 22 settembre 2008

Bruciare dopo aver letto

Se c’è una parte di me alla quale non so proprio rinunciare, è quella emotiva. Se ho di fronte a me qualcosa di eccezionale, sono inarrestabile. Di conseguenza amo i film sorprendenti, pungenti e immediati. Sono predisposti a “colpire” lo spettatore senza lasciare il tempo di riprendere fiato, sfoderando creatività ininterrottamente.
Il primo fotogramma si apre sull’infinito paesaggio cosmico, restringendosi poi verso l’America, ancora rimpicciolendosi su Washington e in ultimo sulla sede della CIA, sulle scarpe tirate a lucido di Osborne Cox (John Malkovich): il tutto sotto il ritmo incalzante di una colonna sonora targata Curter Burwell. Un gioco scenico che allude a quanto di poco venga lasciato al caso. Come stando ad indicare che, qualunque opera maestosa, ha un’origine piccola piccola.
Solennità che si concretizza con la conoscenza dei personaggi coinvolti: l’abilità dei fratelli Coen sta proprio nel valorizzare, in ciascun interprete, un aspetto satirico che non ti aspetti. Inoltre, ogni figura nata dalla loro creatività, mostra una debolezza a sua immagine e somiglianza, come fosse un cartellino di riconoscimento da esibire ad ogni entrata in scena.
Primo fra tutti (malgrado non mi abbia mai veramente convinta come attore) Brad Pitt: stupisce, e non poco, la sua personalità ingenua divisa fra i-pod e biciclette, chewingum sempre in vista e spassose coreografie. Soltanto dai Coen poteva nascere un Pitt così “colorato”, un personaggio secondario che si mangia l’intera scena.
Altra lancia spezzata a favore di George Clooney, un personaggio “scomodo” un po’ per tutti, che finirà per tormentare anche se stesso. Ma si sa, quando si è alla resa dei conti è semplice riconoscere gli errori.
Prelibatezze giungono anche dai personaggi femminili: la glaciale e dispotica Tilda Swinton e la perfetta Frances McDormand (o se preferite, signora Coen), che sfrutta con bravura la sua versatilità (l’avevo appena conosciuta e ammirata nelle vesti della poliziotta incinta di “Fargo”, Oscar come migliore attrice protagonista) fregandosene degli stereotipi impossibili alla Charlize Theron.
Merita un plauso a sé, John Malkovich, che di primavere ne conta cinquantacinque, eppure i suoi personaggi politicamente scorretti gli si cuciono addosso alla perfezione e, nonostante il linguaggio poco elegante sia al limite del possibile, recita con tanta naturalezza da non apparire volgarmente eccentrico.
Vogliamo parlare di alcuni frammenti di pura follia “coeninana”? Dalla telefonata minatoria del duo Pitt-Swinton (“Osborne Cox? Sono un buon samaritano…”) all’espressione intimidatoria di Pitt in versione giacca, cravatta e caschetto da ciclista. O ancora, l’effetto sorpresa di fronte a scene di violenza che, in un film di questo genere, proprio non ti aspetti. O di J. K. Simmons, il Dirigente della Cia che appare soltanto negli ultimi minuti, a chiudere in bellezza una spirale di vicissitudini senza tregua.
Preferirei che fossero gli spettatori stessi, a concretizzare le mie parole, queste esperienze non vanno lette, ma vissute. Vi raccomando, occhi attenti al minimo dettaglio: scordatevi di aver a che fare con una “commediuccia” americana.

I fratelli Coen si divertono e con loro anche noi. Un film sotto mentite spoglie da commedia con quel retrogusto amaro al quale menti geniali come quelle dei Coen non sanno rinunciare. Ma, in realtà, nemmeno io. Questo è ancora cinema vero, per fortuna.
Come se, per i fratelli Coen, fosse normale non sbagliare mai.
Trama
Linda (Frances McDormand), è un’insoddisfatta dipendente della “Hardbodies Fitness Centers”, una palestra di Washington. Il suo desiderio è quello di sottoporsi ad un intervento chirurgico per donare al suo corpo un aspetto più fresco e tonico. Nel contempo, è alla ricerca dell’uomo giusto. Il collega Chad (Brad Pitt) trova un cd con al suo interno memorie segretissime (“roba che scotta”) di un analista della CIA, Osborne Cox (John Malkovich) il quale a sua volta si ritrova licenziato in tronco e con una moglie in vena di divorzio. Quest’ultima (KatieTilda Swinton), pretende di più dall’amante Harry (George Clooney), un agente dei servizi segreti, con un debole per le donne, i pavimenti e un’avversione per il formaggio di capra. Intanto, il Dirigente della CIA (J. K. Simmons) fa orecchie da mercante. Una trama intricata, per un film geniale in perfetto stile “Coen”.
Citazioni
- "Da tutto questo non può venire nulla di buono".
Carta d'identità
Titolo originale: Burn After Reading
Titolo italiano: A prova di spia
Data di uscita (in Italia): Venezia 2008 - 19 Settembre 2008
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 95'
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Cast: Brad Pitt, George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Matt Walton, Logan Kulick, Eric Richardson
Da vedere: non trovo parole legittime per consigliarvi questa visione. Semplicemente “imperdibile”, che sa di scappatoia, ma rendo bene l’idea di quanto talento “esploda” dal grande schermo. Geniale.

mercoledì 17 settembre 2008

Il mondo di Giovanna


Che questo film mi avrebbe scossa, già lo sapevo. Ciò che non potevo prevedere era lo stato emotivo che mi avrebbe tenacemente attanagliato lo stomaco a sipario calato. Questa pellicola racchiude quanto più di profondo, un uomo, possa cogliere in un’emozione. A dispetto della prevedibilità con la quale, spesso, ci troviamo a fare i conti, la commozione è incalzante, resta un groppo in gola impossibile da sciogliere. La pellicola è attraversata da suoni e colori inequivocabili, come se riconoscendoli ogni spettatore trovasse un punto di appoggio su cui sentirsi al sicuro: il suono del campanello della casa del poliziotto Sergio Ghia (Ezio Greggio), i colori spenti delle ambientazioni, l’abito in raso di Giovanna (Alba Rohrwacher). E ancora pone il pubblico di fronte a diverse sfaccettature di vivere e mostrare l’amore: quello autentico di uno splendido Silvio Orlando, verso l’amata figlia Giovanna, nel quale un senso di responsabilità ed eccessiva protezione lo inducono a negare l’evidenza. Quello della madre Delia (Francesca Neri) silenzioso e privo di appartenenza, come ogni donna si capacita di ciò che le accade intorno ma a differenza di ogni madre ne ignora l’esistenza. E poi c’è Giovanna, il suo modo fanciullesco di vivere gli affetti non le impedisce di guardare in faccia alla realtà, di interpretarla sì in maniera ingenua, ma comunque di addentrarsi laddove nessuno ha il coraggio di arrivare. Perfetta nel ruolo, Alba Rohrwacher, inghiottisce la sensibilità dello spettatore, rendendolo debole di fronte al suo personaggio: quando appare sullo schermo si teme una sua reazione illogica, un gesto estremo, un ragionamento incoerente. Tutti “vedono” ma nessuno “osa”.
Questa pellicola ha la forza di un ciclone a ciel sereno, si materializza inaspettatamente senza concedere una possibile via di fuga. Ha un ritmo lento, apparentemente senza inflessioni, quando d’improvviso si è testimoni di un tragico istante: il ritrovamento di un cadavere, il primo dialogo fra il padre e Giovanna, quando quest’ultima viene portata in carcere (uno scambio di battute aspro dopo tanta dolcezza, in una situazione paradossale in cui Michele è in cerca di un briciolo di speranza e Giovanna non presenta sintomi di rammarico), la decisione ultima di Michele nei confronti della moglie.
Tutti atti d’amore interpretati dai nostri occhi e dal nostro cuore: ritengo che il nuovo lavoro di Pupi Avati sia per questo molto intimo e personale.
Un film che somiglia all’immagine della luna riflessa sull’acqua: la forma è distorta dal movimento delle onde. Quella reale è visibile soltanto alzando lo sguardo. Per un film di questo valore, vale la pena lanciare lo sguardo un po’ più su.
Trama
Bologna, 1938. Michele Casali (Silvio Orlando) insegna disegno nello stesso Istituto dove studia la figlia Giovanna (Alba Rohrwacher). Il rapporto fra i due è molto stretto, tanto che la madre (Francesca Neri) viene spesso esclusa dalle confidenze della giovane. Giovanna, però, inizia a dare segni di squilibrio che tormentano non poco il padre, mentre la madre sembra accoglierli senza sorpresa. Quando alla porta si presenta il poliziotto Sergio Ghia (Ezio Greggio), il futuro della giovane cambierà solennemente e il dramma intaccherà radicalmente i suoi genitori, costringendoli a fare i conti con l’ignorata realtà.
Citazioni
- "Non puoi costringere una donna ad amarti"
Carta d'identità
Titolo originale: Il Papà di Giovanna
Data di uscita (in Italia): Venezia 2008 - 12 Settembre 2008
Genere: Drammatico
Durata: 104'
Regia: Pupi Avati
Cast: Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Gloria Cocco
Da vedere: poiché questo film, mette alla prova la sensibilità di ognuno. Intimo.

domenica 14 settembre 2008

Dalle parole alle immagini


Ci sono trasposizioni e trasposizioni. Lessi "Un giorno perfetto" tre anni fa, non conoscevo Melania Mazzucco ma spesso entro in libreria e mi lascio trasportare dalla copertina o dalle prime righe della trama: non amo informarmi nello specifico di ciò che andrò a leggere (o vedere), non ha senso dare un nome ad un'emozione che si deve ancora vivere.
Dopo quel libro, ne ho letti altri e altri ancora hanno riempito gli scaffali della mia stanza, eppure la linea della storia, la modalità con cui è scritta e le sensazioni che mi hanno toccata sono ancora impresse nella mia memoria. Come a dire che, nonostante il percorso fatto, quel "paesaggio" resta fermo nel cassetto dei ricordi.
Quando ho capito che, l'ultimo lavoro di Ferzan Özpetek, era tratto da quel romanzo ne ero curiosa e spaventata allo stesso modo. E' complicato concretizzare un capolavoro di parole, in immagini altrettanto meritevoli. Aggiungerei, scelta azzardata e per questo encomiabile.
Ho affrontato la visione con un entusiasmo controllato, continuando mio malgrado ad accostare il componimento narrativo a quello cinematografico. Posto il fatto che se non avessi letto il libro, avrei probabilmente criticato la pellicola in maniera differente, questo film mi ha attraversato l'anima.
Sebbene mi sentissi preparata ad affrontare l'impatto doloroso che ne consegue dal tragico epilogo, la commozione mi ha trafitto nell'intimo più profondo, rendedomi molto vulnerabile e scostante. Per questo motivo, ho atteso qualche giorno prima di fermare il vortice di emotività. A mio avviso, il regista ha incentrato gran parte della vicenda sull'atto conclusivo che è poi è il "chiudersi del cerchio" che andava delineandosi durante il film. Cerchio che ha preso vita dalle fragilità di ciascun personaggio: dapprima semplicemente tracciate e poi rifinite con gesti palesi. Al centro di tutto, la sofferenza di Antonio (Valerio Mastandrea), sento ancora l'eco del suo tormento, prima un grido muto e poi un urlo disperato.
Özpetek fa perno sulla consapevolezza degli interpreti: Isabella Ferrari si è trovata spesso ad impersonare ruoli drammatici e l'esperienza si denota. Lo stesso Mastandrea ha le sembianze di un cane innocuo, che improvvisamente viene attraversato da un lampo di follia. Occhi feriti, sguardo vuoto, perennemente incerto sulle responsabilità. Il ruolo di Angela Finocchiaro (non la ricordo assolutamente nel romanzo) dona alla pellicola uno sguardo di speranza, in quella fatidica casualità c'è l'illusione di poter guardare avanti. Le altre vicende, sono piccole realtà intorno ad una grande sofferenza generale.
E infine la morte, emblema della fine di un insopportabile tormento, che però implica creature innocenti: da sottolineare la raffinatezza con cui Özpetek affronta questo istante delicato, l'occhio della telecamera mostra immagini velate da un divano, dalla tv accesa, da una porta socchiusa, oggetti di vita quotidiana contaminati dalla follia. Gli spari, le urla di chi ingenuamente ci aveva creduto e quei corpi esanimi che fai fatica ad accettare.
Dalle retrovie c'era un gruppo di ragazzini che, con tutta probabilità, non aveva idea di quale film si trattasse, più desiderosi dell'intimità che si viene a creare in sala a luci spente. Durante la visione, non hanno fatto altro che rumoreggiare irrequieti, a quindici minuti dal termine del film quello schiamazzo è divenuto un timido mormorio sino a che, al momento più concitato, uno di loro ha urlato "Non farlo". Come se, le loro emozioni, potessero cambiare l'ordine inarrestabile della tragedia che si stava consumando.
Voglio pensare che il cinema sia anche questo. Un incontrollabile impeto di vita vera.

Trama
Antonio, (Valerio Mastandrea) dopo un anno di silenziose sofferenze, decide di riconquistare la fiducia della ex moglie e l'affetto dei due figli. L'Onorevole Elio Fioravanti, si preoccupa dell'incombente comizio elettorale, trascurando la sua giovane moglie Maja (Nicole Grimaudo). Aris (Federico Costantini) si ribella al suo destino di avvocato. La Professoressa Mara (Monica Guerritore) attende con fiducia l'appuntamento con l'amante. Ognuno attore della propria vita, ognuno responsabile delle proprie paure, arrendevole di fronte alle proprie fragilità. Improvvisamente uniti dall'inevitabile destino e spettatori di un imminente e preannunciata tragedia.
Citazioni
- Emma (Isabella Ferrari) "Sai cosa hai fatto? Mi hai fatto venire voglia di vivere... Io vivo, senza di te"
- Antonio (Valerio Mastandrea) "...perchè io non voglio dimenticare, non la voglio una vita nuova, l'unica cosa che voglio io... è tornare con te"
Carta d'identità
Titolo originale: Un giorno perfetto
Data di uscita (in Italia): Venezia 2008- 05 Settembre 2008
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Ferzan Özpetek
Cast: Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea, Valerio Binasco, Nicole Grimaudo, Federico Costantini, Monica Guerritore, Angela Finocchiaro, Stefania Sandrelli, Christian Serritiello, Fausto Maria Sciarappa
Da vedere: l'evolversi della vicenda sfocia in una catena crescente di emozioni, tutte da vivere e soffrire. Volutamente alleggerito rispetto al romanzo da cui è tratto, è comunque devastante.

domenica 7 settembre 2008

Tra follia e realtà


QUELLO CHE VEDRETE E’ UNA STORIA VERA.
I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 in Minnesota.
Su richiesta dei superstiti, sono stati utilizzati dei nomi fittizi.
Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.

Questa Domenica di pioggia, mi ha regalato un (quasi)capolavoro. Quando lavori l’intera settimana, quando riposi poco e pensi molto, necessiti di un (quasi)capolavoro. Il tuo cuore ed i tuoi occhi, bramosi di celluloide, pretendono emozioni.
Quando desideri un bicchiere di latte, non esiti ad aprire il frigo. Quando abbisogno di un Gran film, non dubito nel consultare la filmografia dei Fratelli Coen. Attraverso il consiglio di due Amici (di cui mi fido ciecamente della loro sensibilità cinematografica- e non solo) mi sono imbattuta in una ricerca forsennata di “Fargo”, pareva di chiedere un bicchiere d’acqua gasata con tre cubetti di ghiaccio in mezzo al deserto: un oggetto mai arrivato nemmeno sugli scaffali polverosi delle videoteche italiane, come se non meritasse un posto fra i “Big” Dvd in esposizione. Per fortuna c’è la nuova tecnologia. E gli amici.
Dodici anni fa, i fratelli Coen, hanno realizzato questo semicapolavoro, che mi ha portato alla memoria i fremiti provati per “Non è un Paese per vecchi” (a mio avviso IL capolavoro assoluto). L’ombra di Anton Chigurh è proiettata dietro ad ogni inquietudine, la violenza (fisica e morale) risulta sporadica ma concentrata negli ultimi trenta minuti di film (anziché distribuita equamente lungo tutta la trama) e i fotogrammi cruenti sono più rari ma meno preannunciati: nessun salto di serratura o passi incalzanti di stivali costosi. La follia, però, persiste e aziona nuovamente il gioco irrinunciabile dell’alta tensione: è stavolta dosata, con abilità, a due personaggi di contrasto, un tranquillo venditore di auto Jerry Lundegaard (un bravissimo William H. Macy) costretto a piani criminosi per sviare a problemi economici, e il taciturno (ancora una volta il silenzio. Come se, ogni gesto compiuto- il più delle volte folle – sostituisse le parole non dette) Gaear Grimsrud (interpretato dall’imponente Peter Stomare), un personaggio dallo sguardo vuoto e glaciale (alla Coen, insomma). A proposito di personaggi riusciti, il complice di Grimsrud, è un loquace Steve Buscemi, splendido da scaltro quanto da uomo ferito.
E sono anche le ambientazioni a rendere il tutto follemente riuscito: l’infinita e candida distesa di neve in uno sperduto paese del North Dakota (Fargo, per l’appunto), troppo bianca e mai calpestata per restare tale, prima o poi dovrà cedere sotto il peso della vita vissuta. Il sangue, quel rosso così vivo, è una macchia indelebile sulla pace delle persone coinvolte.
Il personaggio di Marge Gunderson (nella realtà moglie di Joel Coen), è quello che in punta di piedi segna il film: nella sua ingenuità ed inesperienza in campo investigativo, risolve in tutta fortuna, il caso. Mentre trasporta il criminale verso la prigione, il primo piano dei suoi occhi incerti, ci rende vulnerabili: noi spettatori conosciamo la verità ma non la possiamo utilizzare in alcun modo mentre lei, vittima di quella realtà, ne rimane ignara. Siamo immobili come quella statua del taglialegna che dà il benvenuto, in North Dakota, agli automobilisti sconosciuti.
Anche il taglialegna ha la sua fetta di crudeltà: la sua ascia spezza la vita di chi non può difendersi. Ma, di tanto in tanto, può accadere anche che il più debole abbia la meglio sui più forti. Ed allora, la vittoria, avrà un sapore più intenso. Come questo film.

Fedeli Lettori,
questo è cinema…
Trama
Jerry Lundegaard (William H. Macy) è il responsabile delle vendite di una concessionaria del Minneapolis (Minnesota), in proprietà del suocero. Sommerso dai debiti organizza un finto sequestro della moglie, assumendo l’incarico a due criminali del North Dakota. Mentre il piano non prevedeva spargimenti di sangue, la realtà dei fatti avviene con troppi ostacoli che porteranno, ognuna delle persone coinvolte, a cambiare il proprio destino.

Citazioni
- Carl Showalter (Steve Buscemi) "Non è che muori se dici qualcosa" - Gaear Grimsrud (Peter Stomare) "L'ho detta"
- Gaear "Chiudi quella boccaccia o ti rimetto nel portabagagli" - Carl "Caz... hai detto la frase più lunga della settimana"
- Carl "Tu prendi il furgone, io prendo la Sierra" - Gaear "Quella la dividiamo" - "Come caz... facciamo a dividere in due una macchina? Con una motosega?"

Carta d'identità
Titolo originale: Fargo
Titolo italiano: Fargo
Data di uscita (in Italia): 1996
Genere: Drammatico
Durata: 97'
Regia: Joel Coen
Cast: Frances McDormand, Steve Buscemi, William H. Macy, Peter Stormare, Harve Presnell, John Carroll Lynch
Da vedere: a parte qualche film “stonato”, sono sicura che la carriera dei Fratelli Coen è da rivivere tutta d’un fiato. Sorprendente.

Guestbook