sabato 22 marzo 2008

La rivincita di Golia


L'episodio biblico più famoso riguardante Davide è quello dello scontro con Golia, il gigante filisteo che terrorizzava e insolentiva gli ebrei, sfidandoli a duello. Dopo quaranta giorni Davide accettò la sfida e riuscì, grazie all'aiuto di Dio, ad avere la meglio sulla forza, tramortendo Golia con un sasso lanciato da una fionda e poi decapitandolo con la spada del gigante. La vittoria lo rese popolare presso gli ebrei e gli valse l'amicizia di Gionata, figlio del re Saul. Successivamente Davide sposerà la figlia del re, Micol.
(Fonte: http://it.wikipedia.org)


Un uomo E’ i suoi errori. La vita è aggrappata saldamente agli sbagli con qualche avanzo di solenne felicità (e fortuna) che, di tanto in tanto, fa virare nella giusta direzione. Ci si può rimpinzare di sfarzo sino a sentirsi sazi ma, prima o poi, ci sarà da restituire. La vita toglie ma non si sdebita mai. In questo duello, a vincere è sempre la sofferenza.
Hank (Tommy Lee Jones) lo sapeva: il male è un punto piccolissimo se lo si guarda all’orizzonte ma, quando si riducono le distanze, accresce sino a farsi sovrano del tuo paesaggio. Sino ad eclissare il tuo orizzonte. Proprio come un gigante che si avvicina alla sua preda. Mai lontano abbastanza per non fare paura, troppo vicino per riuscire a scappare.
L’episodio profetico di Davide contro Golia, insegna che il primo passo da compiere per sconfiggere il male è quello di valicare il muro delle paure. A mio avviso, ancora più importante, è saper riconoscere le proprie angosce.
Dicono che il male abbia forme diverse: che sia quel mondo di mostri ed ombre che faceva capolino non appena mamma spegneva la luce della nostra stanza da bambini, che abbia l’abito del rimorso così stretto da non farci respirare. Che si tramuti in “fatale leggerezza”, così grande da cambiare il destino di un uomo, o di una moglie o di un figlio. Pur avendo sembianze differenti, il male è sempre lì, ad aspettarci dietro l’angolo di ogni età.
E Davide? Davide (noi) aspetta. Quaranta giorni, noi magari una vita intera. Ma poi decide di affrontarlo questo male. E senza indugi, né armi potenti. Solo con il proprio coraggio e, se si vuole, l’intima Fede.
Nella Valle di Elah” è un film bellissimo. Che insegna, commuove e rende vulnerabili. Percuote il cuore dello spettatore come il tempo scalfisce lo scorrere della vita: illude (dov’è quel figlio che non torna?), pugnala alle spalle (si è così consapevoli della tragedia che si aspetta solo di viverla, eppure ci si riscopre addolorati e inconsolabili), rende ingiusto il ritmato senso del quieto vivere (avendo perso il figlio più grande, perché togliere lui anche il secondo?), ci si sente impotenti di fronte alla sconfitta (un buon padre, dopo due tragedie così inspiegabili, diviene riflesso degli errori che, probabilmente, ha involontariamente commesso). Può una bandiera alzata al vento (il patriottismo, comoda consolazione), riportare la gloria e la pace in una vita ingiustamente distrutta? Possono, i principi morali di un uomo, divenire causa del suo male di vivere?
Golia è così vicino, così grande, così sicuro di sé, da concedersi di intaccare la realtà di uomini che incontrano Hank lungo il viaggio della speranza e della verità. Il male torna sempre, prima o poi.
Le rughe sempre ben visibili di Tommy Lee Jones, segni indelebili di un tempo beffardo, che nemmeno ti aspetta ed in più ti scava il viso (complice insieme a Josh Brolin di un piacevolissimo déjà vu – dov’è Javier Bardem con il suo fucile ad aria compressa?), gli occhi indescrivibili di Susan Sarandon (una delle mie interpreti preferite) quando si trova di fronte a quel vetro che restituisce il corpo di un figlio che non c’è più (ad essere precisi, nemmeno un corpo). Sublime Charlize Theron, poco trucco, capelli scuri in contrasto con quei grandi occhi chiari, determinata e sfrontata come ogni donna vorrebbe essere, così perfetta che il tempo a lei dedicato non sembra mai sufficiente.
Cast perfetto per una trama affrontata con stile. Hank (un padre convinto che i valori considerati essenziali di un tempo siano rimasti immutati) rappresenta la parte sicura, quella a cui noi spettatori ci affidiamo come per proteggerci, la sponda su cui preferiamo traghettare nel momento del dolore. Dall’altra parte della riva, le sofferenze di Joan (Susan Sarandon) ci distruggono. Se ci lasciamo trasportare dalla corrente, lontani dai tormenti dei due genitori, giungiamo laddove non c’è corrente ma speranza: la determinazione di Emily (Charlize Theron), dapprima indifferente, ci farà strada verso la (scomoda) verità. E, alla resa dei conti, anche chi era dalla parte del male finisce per arrendersi ad una forza più grande: la coscienza.
Una pellicola che denuncia il mondo truce della guerra senza mai mostrarlo chiaramente. Spetta alla sensibilità dello spettatore coglierne le piccolezze.
Piccola curiosità: inizialmente il regista voleva affidare la parte di Hank a Clint Eastwood. Amando moltissimo il viso segnato dal tempo di Tommy Lee Jones, non ho nulla da obiettare sulla scelta ultima. Piuttosto, il film in sé, ha atmosfere vagamente "eastwoodiane". L’occhio (e il cuore) esperto di Eastwood, forse, avrebbe potuto offrire qualcosa di più a questa già bellissima pellicola. Nulla togliere, naturalmente, all’abilità di Paul Haggis.
Trama
Il patriottico Hank (Tommy Lee Jones), reduce della guerra in Vietnam, decide di partire per la base militare di Fort Rudd, dove il figlio Mike (Jonathan Tucker) ha fatto ritorno dall’Iraq, per poi sparire nel nulla. Grazie alla sua caparbietà di padre (lui e la moglie Joan (Susan Sarandon) anni prima avevano perso il loro figlio maggiore) e con l’aiuto della detective Emily (Charlize Theron) riuscirà a trovare il corpo senza vita del figlio (ammazzato brutalmente), prima, e la (scomoda) verità, successivamente.

Citazioni
- Hank (Tommy Lee Jones) “Ti chiamo domani sera, appena arrivo” - Joan (Susan Sarandon) “Ci vogliono due giorni” – “Per qualcun altro”
- Hank “Voglio vedere mio figlio” - agente “Non è il modo giusto per ricordare suo figlio” – “Forse no, ma è così che ha lasciato questo mondo”
- Hank “Lei pensa che è un contrabbandiere perché parlava spagnolo?” – agente “No, perché gli hanno tagliato le mani e la testa”
- Emily (Charlize Theron) “Mi dispiace molto per suo figlio” – Hank “Me lo dimostri” – “Scusi?” – “Mi mostri dov’è morto”
- “Comunque sono gli eccentrici e i disadattati a fare qualcosa nella vita”
- Alla madre di Mike, Joan (Susan Sarandon), gli viene mostrato la salma del figlio “Non c’è nient’altro? E’ tutto ciò che è rimasto di lui? E lo tenete in questa stanza fredda? Sembra così fredda questa stanza”
- Militare compagno di stanza di Mike “Col vecchio non vado molto d’accordo. Voi parlavate?” – Hank “Certo, ma si vede mai abbastanza”
- “Non dovrebbero mandare gli eroi in un posto come l’Iraq”
- Agente “Le risulta che suo figlio aveva dei nemici?” – Hank “Intendi oltre ai milioni di iracheni che volevano ucciderlo qualche settimana prima?”
- Hank “Non si colpisce con una freccia un uomo che ti sfida con una spada”
- Hank raccontando l’episodio biblico di Davide contro Golia “La prima cosa che ha superato è stata la paura"
- Emily “Lei è un buon padre, non deve dimostrare che gli voleva bene, lui lo sapeva”

Carta d'identità
Titolo originale: In the Valley of Elah
Titolo italiano: Nella valle di Elah
Data di uscita (in Italia): Venezia 2007 - 30 Novembre 2007
Genere: Drammatico, Guerra
Durata: 120'
Regia: Paul Haggis
Cast: Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco, Susan Sarandon, Josh Brolin, Jonathan Tucker
Da vedere: oltre a vantare di un cast eccezionale, è caratterizzato da una trama di ottima qualità. Toccante.

Dedico questa recensione (non per il contenuto, naturalmente. Proprio per l’atto in sé di rendere omaggio ad una persona dolce) ad un amico che non c’è più. Ad un amico che diceva spesso che il mio sorriso era speciale. Non so se questo è vero, so che il suo aveva una luce sincera. Mi mancherai Luca, tu ed il tuo caffé macchiato caldo al bar. Te ne farei miliardi ora che ho imparato a fare la schiuma. Ora che a quel bancone non ti ci appoggerai più, quella schiuma ha poco senso. Buon viaggio “orso buono”.

3 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

non ci sono punti sostanziali sui quali ti potrei contraddire; però a me il film non è affatto piaciuto. la storia raccontata andava benissimo; ciò che non mi piace è il modo con cui paul haggis racconta le sue storie!

Chiara ha detto...

Se già a priori mi scarti la vena narratrice di Haggis, il film perde colore ancor prima di vederlo.
Capisco che intendi quando dici "il modo con cui paul haggis racconta le sue storie!", per questo ho citato Clint.
Nonostante tutto, il film mi ha emozionata particolarmente... sarà per via del mio animo sensibile... che non riesco a celare ;)

Anonimo ha detto...

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