
Non mi sono mai sentita così spaesata.
Perplessa. “Agonizzante”. Alla ricerca di un appiglio a cui aggrapparmi (poiché, essendo scivolata sul fondo della poltroncina, nemmeno il bracciolo era sufficiente a riportarmi a galla), un barlume, un’interpretazione. Nulla.
Ho cercato (invano) di scavare nell’intimo più profondo, frugare sensazioni e trovare un briciolo di commozione, di brividi. Di nuovo, vuoto.
Palma D’oro a Cannes. Vorrei potermelo spiegare.
Compio l’ennesimo (ed ultimo) tentativo di analisi cercando di filtrare tutto ciò che concerne l’aspetto emotivo, evitando di “inquinare” il giudizio tecnico. La trama si muove lentamente, attraverso riprese “in vivo”, rendendoci ancor più partecipi agli eventi progressivamente drammatici di cui siamo spettatori (e “vittime”). Una ripresa ferma e ordinata (ma pur sempre casereccia) si alterna a quella dinamica e confusionale negli istanti di agonia della protagonista Otilla (concentrati, dunque, nei minuti finali della pellicola). Pertanto, ci troviamo ripetutamente di fronte a scene senza logica: come nel caso della corsa disperata di Otilla dopo l’avvenuto aborto dell’amica, il suo respiro affannoso, l’assenza della colonna sonora (una privazione intollerabile, che rende ancor più asettica l’atmosfera ricreata) ed il buio (spesso insistente, sufficiente a renderlo assurdo) trasmettono sì angoscia (questo credo sia l’obiettivo principale del regista), ma anche noncuranza nei riguardi dello spettatore. Un esempio calzante è quello nel quale Otilla si ritrova a casa del fidanzato Adi, appena dopo l’esperienza traumatica dell’aborto illegale dell’amica (e non solo). Un piano sequenza alquanto inutile: lo “sguardo” fisso della telecamera sulla tavolata intenta a festeggiare il compleanno della madre di Adi, sei persone irrilevanti (al fine della storia in sé), di cui non conosciamo nemmeno il nome, si prendono una fetta di cinque minuti abbondanti rendendo la visione ancora più macchinosa, il tutto per intensificare (immagino) l’inquietudine della giovane Otilla. Cinque insignificanti minuti che diventano “pesanti” da digerire. Ne bastava soltanto uno.
Questo è solo un esempio, la sensazione di disagio davanti all’immobilità scenica è in realtà “compagna” di poltrona per la maggior parte del tempo. Mi sentivo irrequieta davanti a tale “spreco”.
Una trama che poteva essere articolata in modo più coinvolgente, senza dubbio.
La lentezza nasce dal bisogno di far crescere, nello spettatore, quel senso di inquietudine. Caratteristica mal gestita, considerata la bravura di Anamaria Marinca nei panni di Otilla; il film, infatti, ruota intorno al suo carattere, dapprima forte ed incoraggiante, in seguito sconvolto e fragile: la naturalezza con la quale compie questa metamorfosi vale la permanenza (più volte messa in discussione) in sala.
Infine, come in qualunque scelta o rinuncia, non si possono emarginare i sentimenti. Una trama che aveva il sapore amaro ancor prima di entrare in sala e che lo conserva (ma per altre ragioni) quando si lascia lo schermo alle spalle. Il feto (poiché di vita umana si tratta), adagiato sul freddo pavimento di un bagno e poi abbandonato al buio di uno scarico rifiuti (ho ancora nelle orecchie il suono provocato dal fagottino gettato nello scarico, un vero pugno allo stomaco), diventa protagonista assoluto dei pensieri posteriori alla visione. Non mi capacito della necessità di MOSTRARE il corpicino privo di vita: ha soltanto la pretesa di lasciarci un’immagine davvero sconvolgente (da togliere il fiato) in un insieme di altre prive di senso.
Trama
Romania. Anni ’80. In un paese dove l’aborto è considerato un reato, ci troviamo coinvolti nel caso di Gabjta una giovane studentessa che, con l’aiuto dell’amica Otilla, decide di abortire illegalmente. Dopo aver affittato una stanza di un albergo e contattato un medico (che, però, rischia l’arresto), Gabjta si sottopone all’intervento. Ogni cosa, naturalmente, ha il suo prezzo. E in questo caso non si tratta di denaro.
Un’esperienza che, nonostante riguardi direttamente Gabjta, sconvolgerà non poco Otilla. La vicenda, infatti, la vivremo attraverso i suoi occhi dapprima apparentemente “freddi” e poi, progressivamente tristi, mostrandoci così il suo lato di giovane donna, fragile e sola.
Un’esperienza che, nonostante riguardi direttamente Gabjta, sconvolgerà non poco Otilla. La vicenda, infatti, la vivremo attraverso i suoi occhi dapprima apparentemente “freddi” e poi, progressivamente tristi, mostrandoci così il suo lato di giovane donna, fragile e sola.
Citazioni
- Otilla (Anamaria Marinca) osserva il quadro appeso alla parete al di sopra del letto, mentre l'amica Gabjta si prepara all'intervento "Bella questa natura morta"
- Otilla, dopo essersi liberata del corpicino, torna all'albergo e trova Gabjita al ristorante intenta a mangiare un antipasto di cervello "Avevo fame", si giustifica
Carta d'identità
Titolo originale: 4 luni, 3 saptamini si 2 zile
Titolo italiano: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Data di uscita (in Italia): Cannes 2007 - 24 Agosto 2007
Genere: Drammatico
Durata: 113'
Regia: Cristian Mungiu
Da vedere: opinioni differenti possono aiutarmi a capire cosa davvero questo film vuole trasmettere. Io, probabilmente, non sono riuscita ad apprezzarlo sino in fondo. Aiutatemi. Indefinibile e senza pretese.